Blog

You are here: Home » Blog

Articoli di cronaca e consigli pratici nella scelta dello studio legale

 

Questo contenitore di informazioni riteniamo possa suscitare un altissimo interesse in ambito penale perché tratta articoli andati alla ribalta sulle testate giornalistiche .

 

 

gli articoli redatti fanno esplicito riferimento alla cronaca nera ipotizzando e trattando nel merito i reati connessi e collegati nonché la procedura giudiziale che si adotterà al caso concreto .

 

volutamente non abbiamo dato un taglio critico agli articoli piuttosto informativo al fine di dare al lettore gli strumenti  comprendere meglio la condotta criminosa.

 

Ulteriore interesse del blog sarà quello di approfondire, la tematica della scelta dello studio legale ovvero dell’avvocato migliore per il proprio caso specifico con un occhio di riguardo allo studio legale penale.

 

 

 

Vademecum per la scelta di un buon avvocato: le 6 regole.

Riprendiamo le “6 regole d’oro” che dovete tenere a mente, quando vi approcciate ad un professionista

  1. Quale sia il Vostro bisogno/obiettivo che volete soddisfare ovvero raggiungere.

  2. Chi è il professionista preposto a soddisfarlo .

  3. Studiare le tempistiche per il raggiungimento .

  1. Quali strumenti vi propongono per il raggiungimento del vostro fine .

  2. Valutare sempre più di una offerta (visto che ne abbiamo l’opportunità perché non farlo) .

  3. E sopratutto fuggite dai millantatori, coloro che vi vendono fumo .

Avete un pignoramento di un’immobile, o vi hanno colto in flagranza di reato a denigrare un soggetto o peggio ancora a spacciare… ?

Be’ per qualsiasi tipologia di assistenza abbiate bisogno , sappiate che vi è un avvocato preposto a fare solo quello .

Con ciò voglio dire che con una offerta così ricca , ed una sovraesposizione di dati ed informazioni , sarebbe davvero sciocco da parte vostra avvelersi di un tuttologo ovvero di un professionista che faccia c.d.“la qualunque”, o meglio che dica di fare tutto , pur di accaparrarsi il cliente di turno .

Oggi, con le riforme legislative quasi quotidiane , senza criterio, con maxiemandamenti che vengono pubblicati la notte, nei settori più disparati , non è più possibile far tutto o meglio il tempo che ci vorrebbe per essere aggiornati , distoglierebbe l’attenzione dal caso concreto .

Quindi in primo luogo, avvaletevi sempre di un esperto del settore o di un legale che per lo più svolga l’attività in quel campo, per fare solo alcuni esempi, ritornando a quelli summenzionati :

  • vi hanno pignorato un immobile ? Sicuramente non andrete da un avvocato che svolga prevalentemente una attività in diritto amministrativo ovvero in penale .

  • Se siete stati colti in flagranza di reato , già il termine stesso vi dovrà indurre a ritenere che il professionista di riferimento non sarà un civilista ma un esperto in ambito penale .

Ci sono poi , studi legale che al proprio interno si avvalgono di professionisti esperti in un determinato campo, in questo caso la riflessione poc’anzi accennata , non vale anzi, potrebbe essere meglio.

Entriamo in un ambito discrezionale: personalmente, se mi dovesse capitare una questione legale e borderline, come ad esempio ilfallimento della mia società ovvero l’ipotesi di mettere in liquidazione la mia ditta, la domanda da farmi in questo caso sarebbe, a quale professionista rivolgermi?

Ad un commercialista?

Un avvocato che fa solo diritto societario ?

Ad un avvocato penalista ?

Sappiate che la risposta a queste domande non è semplice,

in quanto la scelta potrebbe essere il più delle volte sbagliata ….

Mi spiego meglio, nell’esempio poc’anzi accennato, nell’ipotesi di un fallimento in vista o peggio ancora in un fallimento dichiarato, è sempre bene intanto avvalersi della consulenza di un commercialista che possa inquadrare meglio la situazione; sappiate poi, che il fallimento di per sé provoca una serie di conseguenze inibitorie: di carattere civile , commerciale ma peggio ancora, penale….

Dopo la dichiarazione di fallimento di una società, la medesima viene trasmessa alla procura della repubblica che ha il compito di valutare se vi siano o meno ipotesi di reato: se si ravvisino ipotesi di bancarotta.

Tutto questo per dirvi, che semmai abbiate a che fare con ipotesi legali borderline, come quello suggerito , uno studio legale potrebbe fare al caso vostro.

Anche in questo caso, l’offerta è molto ampia, ma sappiate che gli studi legali più attrezzati hanno un campo di azione molto più ampio : al proprio interno lavorano più professionisti che in genere si occupano di uno specifico settore in altri termini, potreste trovare studi che si avvalgono della competenza trasversale di molti professionisti come appunto commercialisti, geometri, notai, investigatori privati.

Se da un lato, ciò serve a coprire il maggior numero di richieste e soddisfare il più possibile la domanda del mercato, dall’altra, serve a rispondere con maggiore accuratezza a fattispecie border-line che se valutate in team potrebbero essere risolte prima e meglio.

VADEMECUM SULLA SCELTA DELL'AVVOCATO.

Ormai vi sarete resi conto , che l’offerta di prodotti ovvero servizi, anche quelli professionali, è aumentata: per dirla tutta, i mezzi di informazione in particolare social-network, motori di ricerca, banner pubblicitari, internet in genere ha fatto lievitare esponenzialmente la possibilità per chiunque di mettersi in luce .

Oggi, i servizi/prodotti non siamo noi a ricercarli ma sono loro ad indurci, a suscitare in noi quel bisogno;è stato capovolto il principio della domanda e dell’offerta.

Per questo è sempre più importante verificare con cura ogni promozione e se possibile compararla non solamente con lo strumento della valutazione economica (per intenderci quello che costa di meno )ma soffermarsi sulla qualità dell’offerta .

Questo può valere anche sulla scelta del professionista .

Partiamo dagli aspetti più banali :

  1. Quale sia il Vostro bisogno/obiettivo che volete soddisfare ovvero raggiungere.

  1. Chi è il professionista preposto a soddisfarlo .

  1. Studiare le tempistiche per il raggiungimento .

  1. Quali strumenti vi propongono .

  1. Valutare sempre più di una offerta (visto che ne abbiamo l’opportunità perché non farlo) .

  1. E soprattutto fuggite dai millantatori, coloro che vi vendono fumo .

Nel settore legale quindi, la scelta di affidarsi ad un avvocato, piuttosto che ad altro, è legata a molte considerazioni preliminari .

Se prima soprattutto in ambiti più di nicchia, penso all’ambito penale, amministrativo o tributario, l’unico metro di giudizio era quello del passaparola, (in altri termini la scelta ricadeva sempre dal consiglio rilasciato da parte di un tuo stretto conoscente) oggi, potremmo dire, che per fortuna o sfortuna, (dipende dai punti di vista) gli strumenti sono molteplici.

Voglio dire che sempre più frequentemente ci avvaliamo di google e di conseguenza della “vetrina più bella” o del profilo che esce per primo sul motore di ricerca .

Altro metro di giudizio, è quello del prezzo esposto o praticato ad es. per porre in essere una denuncia/querela piuttosto che promuovere un giudizio o formulare una diffida si tiene conto del sol denaro che deve uscire dal nostro portafogli.

Insomma sempre più, ci affidiamo non già alla qualità e quindi alla sostanza del servizio bensì a come quel servizio appare ai nostri occhi .

Niente di più deleterio, perché magari dietro a quel servizio c’è solo una buonissima operazione di merketing e nulla più.

Quello che ritengo è semplicemente di non soffermarsi solamente all’apparenza ma di verificare attentamente il professionista a cui affidare il vostro bisogno o la vostra necessità .

Vi dico anche un’altra cosa , avete mai pensato che coloro che magari non sono ai vertici dei motori di ricerca ovvero che non espongono il prezzo, hanno investito meno soldi nelle pubblicità e magari lo hanno fatto in altri campi ? Quali ? Ad es. nel campo dell’aggiornamento , della formazione , negli strumenti da utilizzare .

Vi siete mai chiesti perché gli avvocati più grandi, non rivestono un ruolo importante su i social o su i motori di ricerca ? Semplicemente perché non hanno bisogno di farlo .

Con questo non voglio demonizzare internet ed il mondo che si è sviluppato intorno ad esso , ma vorrei semplicemente farvi comprendere che il metro di giudizio non dev’essere solo l’indice di gradimento che un social ripone su questo o quel profilo , o su questa o quella vetrina .

Valutiamo con attenzione l’empatia cioè come si pone con noi, quant’è preparato, che strumenti adotta per definire una pratica, insomma come vuole soddisfare la nostra necessità …..

perché molto spesso state riponendo una parte di voi stessi in quel professionista .

Prossimamente approfondiremo , i punti solamente accennati .

FEMMINICIDIO e TUTELA DELLE DONNE

Che cosa cambierà per davvero? Puntare praticamente solo su misure di repressione riuscirà ad arginare violenza e maltrattamenti e a ridurre il numero dei femminicidi?

Vediamo di comprendere insieme cosa potrebbe cambiare con la nuova regolamentazione 

1)Il decreto legge prevede l’inasprimento delle pene in caso di maltrattamento in presenza dei minori (la cosidetta violenza assistita), in caso di violenza sessuale su donne in gravidanza e per il coniuge, anche se divorziato o separato. Tutto ciò farà diminuire conflitti e abusi tra le coppie ancora formate o in via di separazione?

È pacifico che l’innalzamento delle pene non ha sufficiente efficacia deterrente.  Più importanti sono la celerità del giudizio e la certezza della pena, nonchè la preparazione professionale degli operatori giudiziari. Le pene già previste dal codice penale potevano essere considerate adeguate, purchè applicate correttamente e in base alla reale gravità dei fatti giudicati. Cosa che raramente accade perché le condotte maltrattanti vengono spesso sminuite nella loro gravità.  È accaduto, di recente e non di rado, che a fronte di denunce per maltrattamenti conclamati, venisse chiesta l’archiviazione del caso. Solo l’ignoranza della gravità e complessità del fenomeno può portare a tali risultati. E solo la formazione specifica può scongiurare tali devastanti epiloghi.

2)Altra novità è la possibilità per gli inquirenti di raccogliere le testimonianze in modalità protetta. Ossia, la vittima può essere interrogata senza aver di fronte il compagno. Un passo in avanti, dunque?

Il principio affermato è di grande rispetto per le persone offese. Può permetterre, quando necessario, di far sentire le persone offese più serene e libere di raccontare, nonché di arginare la violenza psicologica fatta di sguardi, di parole sussurrate e di minacce sottintese che i maltrattanti a volte tentano di agire anche all’interno delle aule giudiziarie. Purtroppo la formulazione della norma adottata dal legislatore non assicura concretamente la protezione dichiarata. E’ previsto  infatti che l’esame dibattimentale della persona offesa maggiorenne  “…ove ritenuto opportuno…” venga condotto con ” l’adozione di modalità protette.”  La scelta non è della persona offesa, ma del Tribunale. Che potrà rigettare la richiesta. Starà alla persona offesa, si spera dotata di legale, convincere il Tribunale della rilevanza dei motivi per cui la protezione viene chiesta. Sempre il Tribunale deciderà l’idoneità delle misure di protezione.  Se per esempio sarà sufficiente l’uso di un paravento, o di una stanza dotata di specchio unidirezionale o altro. Senza potere d’interferenza.

3)Uno dei cardini è la querela irrevocabile, ossia una volta che è stata presentata querela questa non può più essere ritirata in modo da sottrarre la vittima al rischio di nuove intimidazioni allo scopo di farla desistere.

Sicuramente questo può disincentivare episodi di violenza volti a indurre le persone offese a ritirare la querela.C’è però un aspetto negativo importante. La persona offesa, sapendo di non poter più tornare indietro, potrebbe rinunciare a sporgere denuncia. In ogni caso, ora che la querela è stata resa irrevocabile, più che mai alla persona offesa deve essere data la possibilità di essere seguita e sostenuta nel percorso giudiziario e di uscita dalla violenza. Devono essere assicurate immediata protezione fisica e psicologica nonché assistenza  legale e qualsiasi altra cosa si renda necessaria.

4).Altra novità è l’arresto in flagranza obbligatorio in caso di maltrattamenti su famigliari e conviventi. Cosa viene prima?

È necessaria una preparazione adeguata delle forze dell’ordine affinché sappiano riconoscere e valutare le situazioni di rischio. Ma soprattutto questa è una scelta che va accompagnata ad un adeguato sostegno alla donna di tipo psicologico, legale, economico e logistico.

5.)Cacciare il marito o il compagno di casa — come previsto dal decreto — è così semplice?

Anche su questo fronte è necessaria una formazione degli operatori. Poi indispensabile è il coordinamento tra procure, servizi sociali, centri antiviolenza, ospedali e commissariati in modo che il primo luogo a cui la donna si rivolge si attivi e faccia rete con gli attori in campo, affinché ciascuno contribuisca secondo le sue competenze. Il tutto in modo tempestivo. Il tempo infatti nei casi di violenza è una variabile fondamentale.

6.)Si parla anche di potenziare i centri antiviolenza e i centri di assistenza.

Questo decreto legge non sembra essere affiancato da stanziamenti finanziari. E il rischio è che la lotta alla violenza si trasformi in belle parole.

7.Il decreto prevenzione e contrasto alla violenze riuscirà a limitare il numero dei femminicidi?

È una strada. Per quello che significa il decreto. E cioè riconoscere che maltrattamenti e atti persecutori sono reati gravi. Tuttavia la prevenzione dei femminicidi necessita un approccio strutturale e non di una singola legge. La violenza sulle donne non si risolve come un reato qualunque.

FEMMINICIDIO E VIOLENZA SULLE DONNE

Femminicidio è un termine che tristemente e prepotentemente è entrato nella quotidianità. I dati in Italia sono infatti impietosi;ogni anno quasi duecento donne vengono uccise.Nei primi 10 mesi del 2016, il numero delle vittime è salito a 116,una ogni tre giorni.

E’ di qualche giorno fa l’ultima notizia di cronaca che vede, ancora una volta,una donna barbaramente uccisa dal compagno .La vicenda ha avuto luogo a Seveso, vicino Monza, un italiano cinquantaseienne ha strangolato in casa la compagna ,una ventinovenne peruviana.

Negli ultimi anni,quindi, il numero di tali episodi è drasticamente aumentato ed in virtù di ciò numerosi sono stati gli interventi legislativi in materia: nuove norme per il contrasto della violenza di genere che hanno l’obiettivo di prevenire il femminicidio e proteggere le vittime.

E’ quanto contenuto nel Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito in Legge 15 ottobre 2013, n. 119 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale 15 ottobre 2013, n. 242

Sulla base delle indicazioni provenienti dalla Convenzione del Consiglio d’Europa, fatta ad Istanbul l’11 maggio 2011, concernente la lotta contro la violenza contro le donne e in ambito domestico ,recentemente ratificata dal Parlamento, il decreto mira a rendere più incisivi gli strumenti della repressione penale dei fenomeni di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e di atti persecutori (stalking).

Vengono quindi inasprite le pene quando:

-il delitto di maltrattamenti in famiglia è perpetrato in presenza di minore degli anni diciotto;

-il delitto di violenza sessuale è consumato ai danni di donne in stato di gravidanza;

-il fatto è consumato ai danni del coniuge, anche divorziato o separato, o dal partner.

Un secondo gruppo di interventi riguarda il delitto di stalking:

-viene ampliato il raggio d’azione delle situazioni aggravanti che vengono estese anche ai fatti commessi dal coniuge pure in costanza del vincolo matrimoniale, nonché a quelli perpetrati da chiunque con strumenti informatici o telematici;

-viene prevista l’irrevocabilità della querela per il delitto di atti persecutori nei casi di gravi minacce ripetute (ad esempio con armi).

Sono previste poi una serie di norme riguardanti i maltrattamenti in famiglia:

-viene assicurata una costante informazione alle parti offese in ordine allo svolgimento dei relativi procedimenti penali;

-viene estesa la possibilità di acquisire testimonianze con modalità protette allorquando la vittima sia una persona minorenne o maggiorenne che versa in uno stato di particolare vulnerabilità;

-viene esteso ai delitti di maltrattamenti contro famigliari e conviventi il ventaglio delle ipotesi di arresto in flagranza;

si prevede che in presenza di gravi indizi di colpevolezza di violenza sulle persone o minaccia grave e di serio pericolo di reiterazione di tali condotte con gravi rischi per le persone, il Pubblico Ministero – su informazione della polizia giudiziaria – può richiedere al Giudice di irrogare un provvedimento inibitorio urgente,  vietando all’indiziato la presenza nella casa familiare e di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa.

Infine, è stabilito che i reati di maltrattamenti ai danni di familiari o conviventi e di stalking sono inseriti tra i delitti per i quali la vittima è ammessa al gratuito patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito (il gratuito patrocinio a prescindere dal reddito è previsto anche per le vittime di mutilazioni genitali femminili). Ciò al fine di dare, su questo punto, compiuta attuazione alla Convenzione di Istanbul, recentemente ratificata, che impegna gli Stati firmatari a garantire alle vittime della violenza domestica il diritto all’assistenza legale gratuita.

Sempre in attuazione della Convenzione di Istanbul, si prevede il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di protezione (Tutela vittime straniere di violenza domestica, concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari come già previsto dall’articolo 18 del TU per le vittime di tratta).

Infine, a completare il pacchetto, si è provveduto a varare un nuovo piano straordinario di protezione delle vittime di violenza sessuale e di genere che prevede azioni di intervento multidisciplinari, a carattere trasversale, per prevenire il fenomeno, potenziare i centri antiviolenza e i servizi di assistenza, formare gli operatori.

REATI FISCALI : come cambiano. L'avv. Bruno Bonanni Risponde

L’avvocato Bruno Bonanni si addentra in uno degli ambiti legislativi che spesso vengono sottovalutati dalle Pmi. «Invece, bisognerebbe rivolgersi ad avvocati e fiscalisti per tempo, in modo da scegliere correttamente»

Intervista di Remo Monreale(osservatorio giustizia e professioni) :

Gli interventi legislativi che toccano più o meno direttamente il mondo imprenditoriale sono sempre più numerosi. Alcuni trasformano l’ambito in cui sono inseriti, come nel caso dei reati fiscali. A parlarne è l’avvocato Bruno Bonanni, il cui studio legale si trova a Roma, e presta da trentacinque anni attività di assistenza, difesa e consulenza, sia giudiziale che stragiudiziale, in materia penale. «Le fattispecie di reato fiscale più ricorrenti – Dice Bonanni – sono quelle previste nel D.L.vo n. 74/2000, dagli articoli 2 “dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o alti documenti per operazioni inesistenti”, 8 “emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”, 10 bis “omesso versamento di ritenute certificate” e 10 ter “omesso versamento di Iva”. Ora, a mio modo di vedere, la trasformazione più significativa è consistita nella nuova disciplina prevista nell’art. 2 del D.L.vo n. 74/2000, che ha configurato il reato di dichiarazione fraudolenta attraverso l’utilizzo di fatture “false”, in luogo di quello previsto dal previgente art. 4 lett. d) legge 516/82. La norma attuale, infatti punisce la condotta di chi, al fine di evadere l’imposta sui redditi, o sul valore aggiunto, recepisce le fatture “false” nelle dichiarazioni annuali, indicando così elementi passivi fittizi. La norma precedente, invece, prevedeva come reato la mera registrazione del documento da parte di chi lo aveva ricevuto, con la conseguenza che l’illecito poteva essere integrato da un qualsiasi impiego del documento giuridicamente rilevante e strumentale all’evasione fiscale. In termini concreti, con la nuova disciplina, il contribuente che, in un primo momento, si fosse indotto a registrare in contabilità una fattura “falsa”, potrà “ravvedersi”, stornandola e non inserendola come elemento passivo nella dichiarazione annuale».

Purtroppo esistono aspetti in questo campo che spesso vengono ignorati dai più e su cui ci potrebbe essere maggiore prevenzione. «Mentre le aziende di grandi dimensioni – continua l’avvocato Bonanni – sono dotate di strutture (interne ed esterne, che sovente intervengono in sede di Cda) in grado di assicurare una consulenza preventiva all’imprenditore, quelle di media e soprattutto di piccola dimensione, non contemplano questo importantissimo aspetto. Mi rifaccio all’esempio americano, nel quale i professionisti (avvocati e fiscalisti) intervengono preventivamente, consigliando all’imprenditore le modalità per realizzare scelte corrette sia sotto il profilo aziendale, sia contabile e fiscale».

Dida: L’avvocato Bruno Bonanni dello studio legale Bonanni, con sede a Roma
www.studiolegalebonanni.net

Reati sessuali: la Pedopornografia

Aumenta sempre più il numero di reati perpetrati attraverso lo sfruttamento sessuale di minori tanto da sconvolgere profondamente in questi ultimi anni l’opinione pubblica determinando un aumento dell’attenzione della stessa verso un problema che appare sempre meno realizzato nel buio di una solitaria e personale deviazione sessuale. Stà diventando un fenomeno di vaste dimensioni che vede coinvolte vere e proprie organizzazioni criminali complesse. Al fenomeno di violenza diretta sui minori si affianca quello riguardante il mercato clandestino di materiale pornografico realizzato attraverso lo sfruttamento sessuale di minori. E’ proprio tale mercato che desta molto interesse alla luce del grande volume d’affari che genera attraverso l’utilizzo della Rete Internet e delle nuove tecnologie informatiche.

La l. 3.08.1998,n. 269, che ha introdotto nel codice penale gli artt. da 600 bis a 600 septies ha come titolo:”Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minore, quali forme di riduzione in schiavitù”.
Le fattispecie incriminatrici previste dalla novella del ’98 sono ispirate ai principi sanciti dalla Convenzione sui diritti del fanciullo firmata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia solo con l. 27 maggio 1991, n. 176.
Per contrastare il fenomeno dell’abuso e dello sfruttamento sessuale in danno di minori, il legislatore del 1998 ha voluto punire, oltre alle attività sessuali compiute con i minori (di anni quattordici o sedici secondo le condizioni previste dalle norme incriminatrici) o alla presenza di minori, anche tutte le attività che in qualche modo sono preliminari e strumentali alla pratica della pedofilia e ha ritenuto di ravvisarle nell’incitamento della prostituzione minorile, nella diffusione della pornografia minorile e nella promozione del cosiddetto turismo sessuale relativo a minorenni. La normativa del 1998 è dunque finalizzata a tutelare lo “sviluppo fisico,psicologico,spirituale, morale e sociale” attraverso la repressione di una serie di comportamenti ritenuti in grado di attentare all’integrità di tali beni.

PORNOGRAFIA MINORILE
Il delitto di pornografia minorile previsto dall’art. 600 ter, 1° co., c.p., appresta una tutela penale anticipata della libertà sessuale dei minorenni.
La norma, infatti, mira a reprimere i comportamenti, prodromici a esiti lesivi, che anche se non a fine di lucro mettono a repentaglio il libero sviluppo personale dei minorenni attraverso la mercificazione dei loro corpi e con l’immissione nell’ambiente della pedofilia. L’introduzione dell’art. 600 ter, con la normativa del ’98, n.269 voleva contrastare lo sfruttamento dei minori per finalità di pornografia. La successiva legge 38/2006 , ha come obiettivo quello di sanzionare non solo le attività commerciali o a sfondo economico relative a condotte pedopornografiche ma anche le condotte che comunque danno origine a materiale pedopornografico.
La legge non definisce cosa sia pornografia. Ordinariamente il concetto di pornografia si riferisce a esibizioni e rappresentazioni che possono indurre un eccitamento sessuale. Può discutersi se sia rappresentazione pornografica solo quella che mostri atti sessuali di qualsiasi forma, cioè contatti con organi sessuali o zone erogene o se possono considerarsi di tipo pornografico anche raffigurazioni di corpi e di scene che, pur senza presentare un esplicito significato sessuale, alludano comunque al sesso. E’ ricorrente l’affermazione per cui il “materiale” , per essere considerato pornografico debba ritrarre o rappresentare visivamente un minore implicato o coinvolto in una condotta sessualmente esplicita, quale può essere anche la semplice esibizione lasciva dei genitali o della regione pubica,non essendo per contro necessaria la commissione di atti sessuali sulla vittima o da parte di quest’ultima.
Comunque il legislatore ha raggruppato sotto la definizione di pornografia minorile (art.600 ter ) una serie di condotte tra loro eterogenee.
Nel 1° co. ha punito con la reclusione da sei a dodici anni e con una multa da 25.882 a 258.228 euro “ chiunque utilizzando minori degli anni diciotto realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico o induce minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche”.
Nel 2° co. ha punito con la stessa pena chi fa commercio del materiale pornografico suddetto.
Nel 3° co. ha punito con una pena differente e meno grave chiunque, al di fuori delle ipotesi previste dai primi due commi, con qualsiasi mezzo, anche telematico,distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza materiale pedopornografico o distribuisce o divulga notizie, informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minorenni.
Nel 4° co.,ha punito con pena alternativa, chiunque ,al di fuori delle ipotesi precedenti offre,cede ad altri, anche gratuitamente, materiale pedopornografico.
Nel 5° co. ha previsto l’aumento della pena sino a due terzi quando, nelle ipotesi precedenti, risulta quantità ingente di materiale pedopornografico.
In definitiva dunque rientrano nella fattispecie di cui all’art. 600 ter c.p.:
-la realizzazione di esibizioni dal vivo pedopornografiche,
-la produzione di materiale pedopornografico,
-l’indurre minorenni a partecipare a esibizioni pornografiche,
-la cessione o l’offerta , anche gratuite, di materiale pedopornografico
-il commercio di materiale pedopornografico che richieda la predisposizione di un attività di impresa, con adeguati strumenti di distribuzione, nella prospettiva di una offerta del prodotto destinata a durare nel tempo,
-la distribuzione di materiale pedopornografico, ossia quella forma particolare di commercializzazione costituita dalla diffusione fisica del materiale mediante l’invio ad un novero, definito o meno, di destinatari;
-la divulgazione o la diffusione o la pubblicazione di materiale pedopornografico,che richiedono sia che la condotta sia destinata a raggiungere una serie indeterminata di persone, con cui l’agente ha stabilito un rapporto di comunicazione, sia un mezzo di diffusione accessibile ad una pluralità di soggetti.
La condotta che viene considerata come la più grave dal legislatore è la “produzione “ di materiale pedopornografico o di spettacoli aventi natura pedopornografica, produzione effettuata attraverso il coinvolgimento di persone minori di età.
Secondo i principi generali è necessaria la consapevolezza o anche il dolo eventuale circa la minore età di chi viene utilizzato per l’esibizione o la produzione del materiale.
Non qualsiasi condotta consistente nella realizzazione di materiale avente carattere oggettivamente pornografico è riconducibile sotto la fattispecie solo perché utilizza minorenni ; si richiede un contesto almeno di embrionale organizzazione e di potenziale destinazione alla successiva fruizione da parte di terzi.
La produzione di spettacoli pedopornografici è punibile, fatta salva la ipotizzabilità di altri reati, quando abbia una consistenza tale da implicare un concreto pericolo di diffusione del materiale prodotto.

REATO DI CALUNNIA: SPUNTI PROBLEMATICI

E’ di qualche giorno fa la notizia riportata dall’(ANSA) “ PARMA, 14 MAG – Nuova condanna per Mario Alessi, il manovale siciliano che sconta l’ergastolo per il rapimento e l’uccisione del piccolo Tommaso Onofri: 4 anni di reclusione per calunnia. Alessi, al processo per l’omicidio del piccolo, aveva accusato Giancarlo Conserva e Cosima Faggiano, fratello e madre di Antonella Conserva (compagna di Alessi e coinvolta nella vicenda del piccolo), di essere a conoscenza del rapimento, anzi di esserne stati protagonisti. Secondo il giudice accuse assolutamente infondate

 La calunnia è il reato previsto dall’articolo 368 del codice penale, ai sensi del quale:

chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni.

La pena è aumentata se s’incolpa taluno di un reato del quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un’altra pena più grave.

La reclusione è da quattro a dodici anni se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a cinque anni, è da sei a venti anni, se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo.

 Da questa breve notizia si desume che il delitto di calunnia si configura come reato di pericolo e, quindi, è sufficiente, per la sua integrazione, la possibilità che l’autorità giudiziaria dia inizio al procedimento per accertare il reato incolpato con danno per il normale funzionamento della giustizia.

Si fa spesso molta confusione con altre ipotesi di reato inquadrabili nel Titolo XII dei delitti contro la persona, meno gravi del reato di cui ci occupiamo, l’ingiuria ovvero la diffamazione che si configura allorquando taluno subisca un’offesa al proprio onore e/o al suo decoro a seconda che l’offesa venga comunicata esclusivamente al diretto interessato o a più persone.

 Il reato di cui all’art. 368 c.p. è rubricato come delitto contro l’amministrazione della giustizia , ed a ben vedere risulta collocata nella medesima, posto che in questa ipotesi non solo il soggetto attivo dichiara falsamente che taluno abbia commesso un reato, più o meno grave, bensì con tale condotta “mette in moto” il funzionamento della giustizia; tant’é vero che si fa riferimento ad un reato c.d. Plurioffensivo: il pericolo dell’offesa all’onore e della privazione della libertà dell’incolpato, nonché il corretto funzionamento della giustizia che con tale condotta viene ad essere turbata.

Per la sussistenza del delitto di calunnia è necessaria la dimostrazione che l’imputato abbia acquisito la certezza dell’innocenza dell’incolpato. Di conseguenza, non può essere addebitato tale delitto allorché sussistano elementi tali da far sorgere, nell’animo del denunciante, anche soltanto ragionevoli dubbi in ordine alla colpevolezza di colui nei cui confronti la denuncia è diretta.

Occorre inoltre il dolo, consistendo nella consapevolezza d’incolpare di un reato taluno che si sa innocente, postula la certezza in chi incolpa dell’innocenza dell’accusato. Il dubbio dell’accusatore esclude tale certezza facendo venir meno il dolo proprio del reato, sicché la formula assolutoria deve essere quella piena. Ma quando le risultanze processuali non consentano di stabilire quale possa essere stato l’intimo convincimento dell’imputato , se cioè egli fosse certo dell’innocenza dell’incolpato oppure dubitasse in buona fede della sua colpevolezza, incidendo, in tal caso, il dubbio sull’elemento subiettivo del delitto, la formula assolutoria non può essere quella di insufficienza di prove.

Sequestro seguito da confisca per equivalente

Lo studio legale Bonanni , affronta un tema legato ai reati fiscali riprendendo una sentenza della corte di cassazione :

Non può essere estesa alla società la confisca per equivalente per reati tributari del rappresentante legale.

La confisca per equivalente ha natura di sanzione penale e in quanto tale non può essere estesa a soggetto diverso dall’autore del reato -nella specie la società- non essendo a tal fine sufficiente il rapporto di immedesimazione organica del legale rappresentante con l’ente che beneficia delle sue condotte e non essendo, peraltro, consentita la confisca per equivalente a danno dell’ente al di fuori dei casi previsti dagli artt. 24 e ss., D.Lgs. n. 231 del 2001.

La Corte di Cassazione interviene in materia di confisca per equivalente disposta nei confronti del legale rappresentante di una cooperativa responsabile di reato tributario, escludendo la possibilità di estendere la confisca alla società.

Nel procedimento a carico di xx, legale rappresentante della società Alfa, imputato di reato fiscale, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Genova proponeva ricorso per cassazione avverso l’ordinanza dello stesso Tribunale con la quale era stato respinto l’appello proposto dal P.M. avverso il decreto emesso dal Giudice per le indagini preliminari che, nel disporre il sequestro preventivo per equivalente di beni appartenenti a xx, non aveva esteso tale sequestro alla società.

Nel decreto impugnato il Giudice per le indagini preliminari aveva affermato la natura di sanzione penale della confisca per equivalente che escludeva la possibilità di estenderla a soggetto diverso dall’autore del reato e la non applicabilità della confisca stessa alle società al di fuori dei casi espressamente previsti dagli artt. 24 e ss., D.Lgs. n. 231 del 2001.

Nei motivi di ricorso il P.M. adduceva che la confisca per equivalente del profitto del reato va ricondotta alla categoria delle misure di sicurezza non retroattive, assumendo natura di sanzione penale solo sotto il profilo della non retroattività, con la conseguente confiscabilità dei beni della società, non potendo comunque ritenersi persona estranea al reato chi partecipi all’utilizzazione del profitto

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Pubblico Ministero, confermando la decisione del Tribunale del riesame di Genova, a sua volta confermativa del decreto di sequestro emesso dal Giudice per le indagini preliminari, uniformandosi ai principi di diritto fissati dalle Sezioni Unite penali con la recente Sent. n. 10561 del 2014, Gubert, in tema di confisca per equivalente nei confronti della società per reato fiscale commesso dal suo amministratore.

Alle Sezioni Unite era stato devoluto dalla III sezione della Corte il quesito se fosse possibile o meno aggredire direttamente i beni di una persona giuridica per le violazioni tributarie commesse dal legale rappresentante della stessa.

Secondo la Corte remittente il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente poteva avere ad oggetto i beni di una persona giuridica anche al di fuori dei casi in cui la sua creazione fosse stata finalizzata a farvi confluire i profitti degli illeciti fiscali quale società – schermo.

A fondamento dell’indirizzo in questione si adduceva il dato obiettivo secondo cui, sebbene il reato tributario fosse addebitabile all’indagato, le conseguenze patrimoniali sarebbero ricadute sul patrimonio della persona giuridica a favore della quale l’autore del reato avesse agito, salvo che non vi fosse la prova della rottura del rapporto di immedesimazione organica tra la persona fisica e la società.

Proprio tale considerazione, secondo la Sezione rimettente, rendeva non necessario, ai fini del sequestro per equivalente dei beni della persona giuridica, che questa fosse responsabile ai sensi del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231 (cfr. Sez. VI, Sent. n. 21222 del 25 gennaio 2013, secondo cui il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto del reato di corruzione può incidere contemporaneamente od indifferentemente sui beni dell’ente che dal medesimo reato ha tratto vantaggio e su quelli della persona fisica che lo ha commesso, con l’unico limite per cui il vincolo cautelare non può eccedere il valore complessivo del suddetto profitto).

Secondo altro e contrastante indirizzo giurisprudenziale il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente dei beni appartenenti alla persona giuridica, non era ammissibile nel caso in cui si procedeva per violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, e ciò

perché gli artt. 24 e ss., D.Lgs. n. 231 del 2001, non prevedono i reati tributari tra le fattispecie che giustificano l’adozione del provvedimento di confisca (e quindi di quello di sequestro alla confisca finalizzato). Tale principio, secondo quest’ultimo indirizzo, era superabile solo nel caso in cui la struttura aziendale costituisca un apparato fittizio utilizzato dal reo per commettere gli illeciti, dato che ogni cosa fittiziamente intestata alla società è immediatamente riconducibile alla disponibilità dell’autore del reato. (ex multis Sez. III, Sent. n. 42476 del 20 settembre 2013, secondo cui, salva l’ipotesi in cui la struttura aziendale costituisca un apparato fittizio utilizzato dal reo per commettere gli illeciti, il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, previsto dall’art. 19, comma 2, D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, non può essere disposto sui beni immobili appartenenti alla persona giuridica ove si proceda per le violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, in quanto gli artt. 24 e ss. Del citato D.Lgs. non contemplano i reati fiscali tra le fattispecie in grado di giustificare l’adozione del provvedimento.)

Le Sezioni Unite, pur evidenziando le criticità del sistema normativo vigente, hanno ritenuto condivisibile il secondo orientamento. Premessa la possibilità del sequestro preventivo del profitto di reato per i reati tributari e la distinzione tra confisca diretta -sempre possibile ex art. 240 c.p.- qualora il profitto stesso sia rimasto nella disponibilità della persona giuridica – e confisca per equivalente, le Sezioni Unite hanno affermato il principio che non è possibile la confisca per equivalente di beni della persona giuridica per reati tributari commessi da suoi organi, salva l’ipotesi in cui la persona giuridica stessa sia in concreto priva di autonomia e rappresenti solo uno schermo attraverso cui l’amministratore agisca come effettivo titolare.

In quest’ultimo caso infatti, il trasferimento dei beni è solo apparente, restando i beni nella sostanziale disponibilità del suo amministratore.

Al di fuori di questa ipotesi, il rapporto fra ente ed un suo organo, di per sé, non è suscettibile di fondare l’estensione della confisca per equivalente, che si basa su specifiche disposizioni di legge, tanto più che è persino possibile che la persona giuridica, attraverso altri organi, promuova azione di responsabilità verso il suo amministratore che l’ha esposta a responsabilità (civile) conseguente a reato.

Il quadro normativo di riferimento (art. 19, D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 1, comma 143, L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 322-ter c.p., art. 11, L. 16 marzo 2006, n. 146), insuscettibile di applicazione analogica (Infatti le Sezioni Unite hanno già chiarito che la confisca per quivalente, introdotta per i reati tributari dall’art. 1, comma 143, L. 27 dicembre 2007, n. 244, ha natura eminentemente sanzionatoria (Sez. Unite, n. 18374 del 31 gennaio 2013, Adami, Rv. 255037), non prevede la possibilità di ravvisare la responsabilità della persona giuridica per i reati tributari commessi dal suo amministratore.

La sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III, Sent. 25 marzo 2014, segue, come anticipato, le linee tracciate dalle Sezioni Unite, pervenendo alle stesse conclusioni.

La Corte ha poi richiamato, a sostegno di queste ultime, anche il dictum di Sez. Unite, Sent. n. 26654 del 27 marzo 2008, Fisia Italimpianti Spa e altri, che ha chiarito che, l’istituto della confisca previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001 sulla responsabilità degli enti si connota in maniera differenziata a seconda del concreto contesto in cui è chiamato ad operare. L’art. 9, comma 1, lett. c), prevede la confisca come sanzione, il cui contenuto e i cui presupposti applicativi sono precisati nell’art. 19, comma 1, che testualmente recita: “Nei confronti dell’ente è sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato”. Il secondo comma di quest’ultima disposizione autorizza la confisca anche nella forma per equivalente, replicando lo schema normativo di disposizioni già presenti nel codice penale o in leggi penali speciali. Chiara, quindi, la configurazione della confisca come sanzione principale, obbligatoria e autonoma rispetto alle altre pure previste nel decreto in esame.

L’art. 6, comma 5, del medesimo decreto prevede, inoltre, la confisca del profitto del reato, commesso da persone che rivestono funzioni apicali, anche nell’ipotesi particolare in cui l’ente vada esente da responsabilità, per avere validamente adottato e attuato i modelli organizzativi (complianceprograms) previsti e disciplinati dalla stessa norma. In questa ipotesi, riesce difficile cogliere la natura sanzionatoria della misura ablativa, che si differenzia strutturalmente da quella di cui all’art. 19, proprio perché difetta una responsabilità dell’ente e che costituisce, invece, uno strumento volto a ristabilire l’equilibrio economico alterato dal reato presupposto, i cui effetti sono comunque andati a vantaggio dell’ente.

Orbene, una estensione della confisca per equivalente nei confronti della persona giuridica non potrebbe, come osserva la Corte di Cassazione, giustificarsi richiamando tale forma di confisca, in quanto l’art. 53 del decreto richiama esclusivamente l’art. 19, ossia la confisca-sanzione.

L'avvocato penalista affronta il tema dell' ARRESTO OBBLIGATORIO e FLAGRANZA DI REATO

Oggi lo studio legale bonanni affronta il tema dell’arresto obbligatorio e la flagranza di reato spiegando quando e perché avviene.

Spesso i quotidiani nazionali riportano notizie concernenti casi in cui un soggetto o più persone vengono “arrestati in flagranza di reato”.

l’arresto è un provvedimento dì iniziativa della polizia giudiziaria volto alla temporanea privazione della libertà. Tale provvedimento, non poche volte, anticipa le misure cautelari che verranno successivamente disposte dal giudice che procede.

Cosa vuol dire”arresto in flagranza di reato”, e quando può verificarsi?

L’articolo 382 c.p.p. statuisce che “è in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato (flagranza di reato) ovvero chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima (quasi flagranza).”

Da un’attenta lettura della norma si coglie che la definizione di “flagranza” abbraccia situazioni diverse che pur essendo differenti sono tutte ricollegabili alla ritenuta riferibilità del fatto alla condotta del soggetto, la flagranza dunque si configura tutte le volte che sia possibile stabilire un nesso tra il soggetto e il reato.

L’espressione utilizzata dal legislatore “nell’atto di commettere” include sia l’ipotesi in cui il reato sia ancora in itinere quanto l’altra invece in cui si sia appena consumato.

L’ ”esser sorpresi” con cose o tracce del reato riguarda invece la condotta che si è esaurita ma immediatamente precedente: in tal caso la contestualità tra il fatto e soggetto è data dal possesso di ciò che evidenzia la recente commissione dell’illecito.

La Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto, in una recente sentenza, che ai fini della configurabilità della fattispecie di quasi flagranza “nulla vieta che la sorpresa con le cose o tracce del reato sia conseguente all’intervento della polizia chiamata dalla persona offesa o da altri soggetti che avevano assistito alla commissione del reato, essendo necessario solo l’immediata e diretta percezione delle stesse cose e tracce della polizia giudiziaria e del loro collegamento in equivoco con l’indiziato”, Cass. Pen. Sez. V,24/10/13 n. 50590.

In tema di reati abituali, come ad esempio nel caso di maltrattamenti in famiglia , è stato ritenuto legittimo l’arresto in flagranza di tale delitto quando il fatto risulti alla polizia giudiziaria non isolato ma quale parte di una catena di comportamenti violenti; non si richiede dunque che la P.G. assista alla intera condotta ma all’atto offensivo purchè nel luogo in cui interviene, la/ il denunciante riferisca circa la ripetizione di atti di violenza. Per quanto riguarda invece i reati permanenti lo stato di flagranza sussiste finchè non è cessata la permanenza.

Il legislatore ha delimitato i casi di arresto obbligatorio in flagranza e lo ha fatto adottando un triplice criterio descrittivo:

-a volte richiama la pena prevista senza far alcun riferimento alla natura del reato;

-altre volte enuncia i tipi di reato , classificati in base al bene giuridico protetto;

-altre volte ancora indica singoli reati che per oggetto della tutela, per allarme sociale,per entità della pena si reputano più gravi degli altri.

Risponde al primo criterio la prescrizione che fa obbligo alla p.g. di procedere all’arresto di chi viene colto in flagranza di un reato punito con la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti.

Il secondo criterio è utilizzato per estendere l’obbligo di arresto qualora la flagranza attenga a reati contro la personalità interna e internazionale dello stato,contro i diritti politici del cittadino. L’ultimo criterio vale invece per un’elencazione molto ampia ed eterogenea che spazia da ipotesi di reati di notevole allarme sociale ai reati contro il patrimonio.

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA, Quando e come si realizza? come uscirne?

E’ ricorrente nelle pagine di cronaca nazionale leggere casi di maltrattamenti in famiglia.

E’ di qualche giorno fa, infatti la notizia che come Vittima, ancora una volta, una donna, di Montebello Jonico (Reggio Calabria) che nonostante fosse separata dal marito cinquantenne, continuava a subire violenze da parte dello stesso.

Costretta a sopportare umiliazioni psichiche e fisiche , la donna, decisa a porre fine ai continui e ripetuti fatti di violenza, subiti anche dopo la separazione, si è rivolta ai Poliziotti del Commissariato di Condofuri, che dopo aver svolto le necessarie indagini hanno accertato la veridicità dei racconti della stessa. L’uomo è stato arrestato in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria , per il reato di maltrattamenti in famiglia.

Brevi Cenni sul reato di maltrattamenti in famiglia ex art.572 c.p.p.

Il Codice Rocco ha collocato l’articolo 572 in un autonomo titolo ”Dei delitti contro la famiglia”,questa scelta riflette le concezioni politiche e morali di quel dato momento storico che volevano realizzare una particolare tutela della famiglia come “ente autonomo”.Un primo orientamento coerente con le scelte politiche del fascismo individuò dunque nella famiglia il bene giuridico tutelato dall’art 572 c.p.

Rispetto a questa concezione sono venuti ormai meno i presupposti ideologici e si obietta sostenendo che l’art. 572 c.p. non si rivolge alle sole persone legate da un vincolo familiare ma anche a persone legate da altri rapporti .Così l’oggetto della tutela non può essere solo la famiglia; dottrina e giurisprudenza oggi dominanti ritengono quindi che il bene tutelato sia l’integrità psicofisica del soggetto passivo. Inizialmente questo bene giuridico era riconosciuto solo in via secondaria rispetto al bene-famiglia, appare oggi prevalente l’interpretazione che considera l’integrità psico-fisica come uno dei beni giuridici offesi dal delitto di maltrattamenti facendone così acquistare rilevanza autonoma.

Per molto tempo la dottrina identificava la famiglia cui si riferisce l’art. 572 c.p. nella sola famiglia legittima fondata sul matrimonio escludendo così da questa fattispecie la convivente alla quale l’agente è legato solo da un rapporto di fatto.

Di recente affiora in dottrina una tesi differente secondo la quale dovrebbero essere considerati membri della famiglia ex art. 572 e quindi potenziali soggetti attivi del reato anche i componenti della famiglia di fatto, fondata sulla volontà di vivere insieme, di avere figli, di avere beni in comune: di dar vita quindi ad un nucleo stabile e duraturo. Questa concezione appare la più coerente con la realtà sociale moderna.

Questo perché l’introduzione del divorzio ed il suo largo utilizzo hanno dimostrato che il matrimonio non è più un legame indissolubile eliminando così il presupposto per una tutela diversificata dei due rapporti.

A questo punto il problema sarà solo un problema di prova; tutte le volte in cui l’unione familiare non sia fondata su un vincolo giuridico si dovrà dimostrare che il nucleo abbia i requisiti della stabilità e che vi sia fra i suoi membri una comunità di intenti,un serio vincolo affettivo: che si sia dunque costituita una famiglia di fatto.

Appare evidente che l’articolo 572 c.p. estende la sua portata anche al di fuori del nucleo familiare, tant’è che, seppur meno frequentemente, ha trovato applicazione anche in ambiti diversi: si pensi, in particolare, alle strutture di ricovero dove potrebbero essere adoperati nei confronti dei degenti mezzi incompatibili con le normali finalità di cura, mentre più controverse applicazioni vi sono state negli ambienti di lavoro o scolastici dove è tenue il confine con il meno grave delitto di abuso dei mezzi di correzione previsto dall’articolo 571 c.p.

Il legislatore individua l’azione tipica nella locuzione “maltrattare”.

Tale è stata da più parti criticata per la sua indeterminatezza e non univocità di significato. Dottrina e giurisprudenza sono uniformi nel considerare che il termine “maltrattamenti” richieda una pluralità di atti per la perfezione del delitto. Questo vuol dire che il reato si perfeziona con il compimento di una pluralità di atti uniti fra loro dal vincolo dell’abitualità cioè della ripetitività nel tempo. Inoltre l’abitualità non è esclusa da intervalli alternati alla serie di episodi lesivi se questi intervalli non avranno una durata tale da interrompere la fattispecie criminosa.

Per quanto concerne la condotta del delitto in esame , secondo l’opinione più diffusa, tale può comprendere sia atti che costituiscono di per sé reato, sia atti di per sé privi di rilevanza penale. Unico requisito della condotta è individuabile nella corretta idoneità offensiva rispetto al bene giuridico tutelato. La dottrina e la giurisprudenza considerano assorbite nei maltrattamenti le percosse, le minacce, le ingiurie.

Inoltre la configurabilità del delitto in esame non può essere esclusa nel caso in cui i soggetti coinvolti appartengono ad ambienti culturali diversi dal nostro, che prevedono particolari potestà in ordine al nucleo familiare: tali situazioni sarebbero in contrasto assoluto con i principi che stanno alla base dell’ ordinamento giuridico italiano. Rispetto a tali pratiche,la giurisprudenza ha più volte affermato che le differenti tradizioni non eliminano il disvalore del fatto dei maltrattamenti, né sono idonee a giustificare l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.

Infine il delitto in esame si perfezionerà tutte le volte in cui si compie quell’atto che sorretto dal dolo ed unendosi agli altri analoghi già precedentemente compiuti realizza l’offesa al bene giuridico tutelato.