Diritto civile

Lo scopo di questi articoli è quello di trattare in modo chiaro aspetti del diritto civile che spesso non vengono compresi sino in fondo .

L’E-commerce e la tutela del consumatore negli acquisti on-line

Da diversi anni l’acquisto di beni o servizi con l’utilizzo di internet, detto E-commerce (Electronic Commerce), rappresenta un nuovo e crescente mercato dove è possibile fare acquisti a prezzi vantaggiosi. Ed invero, tale mercato costituisce un’importante opportunità sia per i consumatori, considerati i notevoli risparmi di prezzo nell’acquisto online, sia per i venditori, i quali sono in grado di abbattere in gran parte i costi di gestione degli esercizi commerciali ed anche quelli relativi al personale.

Addirittura molte imprese commerciali hanno iniziato la propria attività utilizzando unicamente  mercato on-line, mentre altre, già presenti nel mercato tradizionale, hanno scelto di essere visibili anche in tale realtà virtuale. Il successo di questa nuova tipologia di acquisti viene univocamente dimostrato dal crescente numero esponenziale di operazioni commerciali che vengono effettuate on-line.

Ma quali sono le tutele a protezione del consumatore nel caso di acquisti on-line?

 

O meglio, come si deve comportare il consumatore laddove non sia soddisfatto dell’articolo arrivato a casa, magari per la presenza di vizi, oppure, più semplicemente, voglia recedere dal contratto?

Va premesso che l’art. 52 del D. Lgs. 206/2005, meglio conosciuto come “Codice del Consumo”, ha previsto che il consumatore, prima della conclusione di qualsiasi contratto a distanza, debba ricevere tutta una serie di informazioni:

a) identità del professionista e, in caso di contratti che prevedono il pagamento anticipato, l’indirizzo del professionista;

b) caratteristiche essenziali del bene o del servizio;

c) prezzo del bene o del servizio, comprese tutte le tasse e le imposte;

d) spese di consegna;

e) modalità del pagamento, della consegna del bene o della prestazione del servizio e di ogni altra forma di esecuzione del contratto;

f) esistenza del diritto di recesso o di esclusione dello stesso, ai sensi dell’articolo 55, comma 2;

g) modalità e tempi di restituzione o di ritiro del bene in caso di esercizio del diritto di recesso;

h) costo dell’utilizzo della tecnica di comunicazione a distanza, quando e’ calcolato su una base diversa dalla tariffa di base;

i) durata della validità dell’offerta e del prezzo;

l) durata minima del contratto in caso di contratti per la fornitura di prodotti o la prestazione di servizi ad esecuzione continuata o periodica.

L’elenco delle suddette informazioni non deve considerarsi esaustivo, ed infatti l’art. 12 del D. Lgs. 70/2003 ha previsto anche che il prestatore debba fornire in modo chiaro, comprensibile ed inequivocabile, prima dell’inoltro dell’ordine da parte del destinatario del servizio, le seguenti informazioni:

a) le varie fasi tecniche da seguire per la conclusione del contratto,
b) il modo in cui il contratto concluso sarà archiviato e le relative modalità di accesso;
c) i mezzi tecnici messi a disposizione del destinatario per individuare e correggere gli errori di inserimento dei dati prima di inoltrare l’ordine al prestatore;
d) gli eventuali codici di condotta cui aderisce e come accedervi per via telematica;
e) le lingue a disposizione per concludere il contratto oltre all’italiano;
f) l ‘indicazione degli strumenti di composizione delle controversie.

Tale previsione non trova però applicazione nel caso di contratti conclusi esclusivamente mediante scambio di messaggi di posta elettronica o comunicazioni individuali equivalenti. Infine, l’art. 12 stabilisce, ad ulteriore dimostrazione della seria tutela apprestata al consumatore, che “le clausole e le condizioni generali del contratto proposte al destinatario devono essere messe a sua disposizione in modo che gli sia consentita la memorizzazione e la riproduzione”.

 

Nel caso in cui il prodotto ordinato on-line, pervenga al consumatore con dei vizi, questo riceverà tutela sempre in virtù del Codice del Consumo. Infatti, l’art. 130 della suddetta norma prevede espressamente che “il venditore è responsabile nei confronti del consumatore per qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene”.

In particolare, il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione, ovvero ad una riduzione adeguata del prezzo o alla risoluzione del contratto. In alternativa, il consumatore può chiedere, a sua scelta, al venditore di riparare il bene o di sostituirlo, senza spese in entrambi i casi, salvo che il rimedio richiesto sia oggettivamente impossibile o eccessivamente oneroso rispetto all’altro.

Si precisa che deve considerarsi eccessivamente oneroso uno dei due rimedi se impone al venditore spese irragionevoli in confronto all’altro, tenendo conto:
a) del valore che il bene avrebbe se non vi fosse difetto di conformità;
b) dell’entità del difetto di conformità;
c) dell’eventualità che il rimedio alternativo possa essere esperito senza notevoli inconvenienti per il consumatore.

Per quanto riguarda le riparazioni o le sostituzioni dei prodotti, queste devono essere effettuate entro un congruo termine dalla richiesta e non devono arrecare pregiudizio al consumatore, tenendo conto della natura del bene e dello scopo per il quale il consumatore ha acquistato il bene.
Inoltre il consumatore potrà richiedere, sempre a sua scelta, una congrua riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto ove ricorra una delle seguenti situazioni:

a) la riparazione e la sostituzione sono impossibili o eccessivamente onerose;
b) il venditore non ha provveduto alla riparazione o alla sostituzione del bene entro il termine congruo della richiesta del consumatore;
c) la sostituzione o la riparazione precedentemente effettuata ha arrecato notevoli inconvenienti al consumatore.
Il termine entro il quale il consumatore dovrà far valere eventuali vizi del bene acquistato è fissato in due anni che decorrono dalla consegna del bene.

Tuttavia il consumatore dovrà prestare particolare attenzione nel comunicare al venditore eventuali vizi del bene: ove non provveda a denunciare il difetto di conformità entro il termine di due mesi dalla data in cui ha scoperto il difetto, decadrà da ogni diritto. La denuncia non sarà tuttavia necessaria nel caso in cui il venditore abbia riconosciuto l’esistenza del difetto o lo abbia occultato.
Inoltre, l’azione diretta a far valere i difetti non dolosamente occultati dal venditore si prescrive, in ogni caso, nel termine di ventisei mesi dalla consegna del bene; il consumatore, che sia convenuto per l’esecuzione del contratto, può tuttavia far valere sempre i diritti di cui all’articolo 130, comma 2, purché il difetto di conformità sia stato denunciato entro due mesi dalla scoperta e prima della scadenza del termine di cui al periodo precedente.

Nella diversa ipotesi in cui il bene non presenti alcun vizio ma il consumatore abbia un ripensamento in merito all’acquisto, lo stesso potrà recedere dal contratto, ai sensi dell’artt. 64 e ss del Codice del Consumo, entro 10 giorni dalla consegna della merce. Tale termine viene però esteso a novanta giorni nel caso in cui il venditore non rispetti gli obblighi informativi relativi al suddetto bene.

Per concludere, secondo un recente articolo pubblicato sul quotidiano “il Sole 24ore” sarebbero quasi 14 milioni gli e-shopper italiani, un gran numero di persone online per fare acquisti: dall’aprile 2012 a oggi, i cosiddetti e-shopper sono aumentati di oltre il 50 per cento raggiungendo quota 13,6 milioni e toccando un picco di 14 milioni nel periodo natalizio.

Tale indagine è stata condotta da Netcomm-Contact Lab su un quadro di 61mila consumatori italiani e di altri quattro Paesi europei (Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna) sui comportamenti d’acquisto ha evidenziato come l’Italia sia nettamente indietro per quanto concerne l’infocommerce.

E’ risultato, infatti, che quand’anche numerosi italiani utilizzassero il web per informarsi sui prodotti da acquistare, solamente il 70% degli stessi finalizzerebbe l’operazione nel punto vendita; per contro nove inglesi su dieci connessi ad Internet, ed altrettanti tedeschi, acquistano regolarmente online.

Guida all’acquisto della “nuda proprietà"

 

Iniziamo il nostro percorso nelle formule alternative al contratto d’acquisto di un immobile con la “nuda proprietà”. Attraverso questo contratto, il cedente può continuare ad utilizzare l’immobile finché vive, ma alla sua scomparsa il bene verrà acquisito dall’acquirente e non andrà agli eredi .

 

Diritto di Usufrutto:

Il codice civile non fornisce una definizione espressa di tale diritto, il cui contenuto si ricava, differenza dal diritto di usufrutto, cioè nel diritto di godere la cosa, traendone tutte le utilità, nel rispetto della sua destinazione economica. Il primo elemento che bisogna tener presente è che la nuda proprietà destinata a riconsolidarsi con il diritto minore che la comprime (usufrutto anche diritto di abitazione) cioè a tornare piena non potendo eccedere la durata della vita dei loro titolari.

Precisiamo che il diritto di abitazione consiste nella facoltà di utilizzare un immobile a fini abitativi, ma non di percepirne l’eventuale reddito. In questo senso è un diritto più ristretto rispetto all’usufrutto. Per semplificare il concetto potremmo pensare alla piena proprietà come un bicchiere pieno d’acqua e la nuda proprietà come il bicchiere vuoto, pronto a riempirsi di nuovo non appena venuto meno il diritto minore da cui è gravato, cioè non appena l’usufrutto cessa. Ciò può avvenire per morte del titolare dell’usufrutto o per il trasferimento dello stesso a favore del nudo proprietario e, nel primo caso, senza ulteriore tassazione per il beneficiario, salvo i costi mini della voltura catastale.

 

Vantaggi .

 

Prima su tutti, naturalmente, il risparmio economico immediato. La nuda proprietà costa meno della piena. Il suo valorosi ricava infatti dalla differenza tra la piena proprietà e il valore del diritto di usufrutto (o di abitazione) , calcolato sulla base di coefficienti stabiliti per legge agli effetti fiscali, ma utilizzabili anche agli effetti commerciali e di recente modificati, che dipendono dall’età dell’usufruttuario (o del titolare del diritto di abitazione).

Inoltre l’acquirente, se in possesso dei requisiti richiesti, può usufruire dell’agevolazioni per la prima casa anche per l’acquisto della nuda proprietà. Si ha inoltre un risparmio indiretto in termini di irpef, poiché l’imposta non dovuta dal nudo proprietario, ma dal titolare dell’usufrutto o del diritto di abitazione. Infine un risparmio di gestione, perché al nudo proprietario competono solo le spese straordinarie, restando a carico dell’usufruttuario quelle ordinarie.

 

Svantaggi.

 

La nuda proprietà non attribuisce il diritto di godimento dell’immobile e quindi si traduce, per la compra, in un investimento destinato al futuro e, in un certo senso, in una scommessa sulla durata della vita di chi si riserva, l’usufrutto o il diritto di abitazione ed in questo, forse, l’elemento di incertezza che va valutato con maggiore considerazione prima dell’acquisto.

Dal punto di vista di chi la vende, il meccanismo offre la possibilità di ottenere liquidità immediata, pur conservando la disponibilità del bene ceduto . Naturalmente il bene di cui si cede la nuda proprietà non passerà agli eredi, nel caso di mutuo vitalizio o di affitto finalizzato all’acquisto, potrebbero acquistarne la piena proprietà qualora abbiano, in futuro, la liquidità necessaria.

Condomino moroso: le conseguenze in cui incorre, il potere dell’amministratore e gli oneri degli altri condomini nonché note sulla riforma del condominio ancora allo studio al Senato...

Il settore delle spese condominiali rappresenta a tutt’oggi un ambito particolarmente “delicato”, soprattutto in questo periodo in cui il nostro Paese è afflitto da una grave congiuntura economica, sia per la funzione essenziale che svolge nella gestione della cosa comune sia per le conseguenze che si determinano nel caso tali oneri non vengano versati.

Il legislatore ha fissato un particolare deterrente al fine di arginare tale annoso fenomeno, concedendo particolari poteri all’amministratore. Quest’ultimo, infatti, può immediatamente attivarsi per il recupero del credito, procedendo, per prassi ormai consolidata, con l’inviare al debitore un sollecito mediante lettera raccomandata. In caso che tale diffida non produca esito positivo, lo stesso può richiedere all’Autorità Giudiziaria, l’emissione di un decreto ingiuntivo.

L’art. 63, comma 1°, delle disposizioni di attuazione del codice civile prevede infatti che “per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, l’amministratore può richiedere ed ottenere un decreto di ingiunzione immediatamente esecutivo. Per chiarezza, per “decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo” si intende quel provvedimento emesso dal giudice che determina immediatamente i suoi effetti, e che quindi non richiede di attendere l’esito del giudizio di primo grado, anche e laddove il condomino moroso presenti un’opposizione in giudizio.

E’ bene quindi, laddove non abbiate versato tutti gli oneri condominiali e abbiate motivo di ritenere che l’amministratore possa ingiungervi di pagare in via giudiziale, di prevenire tale azione con una vera e propria trattativa bonaria con lo stesso: richiedendo eventualmente una dilazione , una rateizzazione ed in caso di diniego, l’amm.re, potrà rappresentare la questione in sede assembleare al fine di far anticipare le spese agli altri condomini, sebbene questa strada risulti francamente meno percorribile in quanto è richiesto all’uopo un voto unanime dell’assemblea o per questioni particolarmente urgenti il quorum si può ridurre ad una maggioranza qualificata.

Ma se l’amministratore non si attiva in tal senso, lo stesso può essere responsabile e potrebbe essere condannato a pagare per tutti i danni arrecati e conseguenti alla mancata ingiunzione.

Ma a quali conseguenze possono incorrere i condomini non morosi qualora l’amministratore non si attivi con tempestività al fine di riscuotere gli oneri condominiali ?

Se è vero che l’amministratore è tenuto ad agire nei confronti del condomino moroso per la riscossione coattiva del credito, egli non può però pretendere alcunché dai condomini in regola con i pagamenti. Invero, neppure l’assemblea condominiale può, deliberando a maggioranza, ripartire tra chi è in regola con gli oneri condominiali, l’anticipazione delle quote degli inadempienti. In questi casi l’amministratore è autorizzato semmai ad attingere da eventuali accantonamenti.

Altra questione è, se dovessero sorgere contestazioni tra condomini e l’amministratore in merito agli oneri da versare per i servizi comuni: su questo tema è intervenuta di recente una sentenza della Corte di Cassazione (Cass. Civ. 11.05.2012, n. 7401) che ha affermato che, i condomini non possono assolutamente sospendere di versare detti pagamenti.

Tale principio viene giustificato anche dalla Suprema corte in virtù del fatto che le carenze di cassa del condominio esporrebbero il medesimo ad essere inadempiente con i fornitori, con la conseguenza del taglio delle utenze o addebiti d’interessi, sanzioni e costi moratori.

Per concludere, non va sottaciuto che la riforma del condominio è finalmente approdata, dopo un lungo peregrinare, all’esame dell’aula di Montecitorio. E’ infatti di questi giorni la notizia che la Commissione Giustizia abbia apportato alcune modifiche al pacchetto condominio, su cui si dovrà pronunciare in tempi rapidi la commissione al Bilancio.

Ecco Le principali linee guida della riforma:

un elenco più dettagliato delle parti comuni, comprendendo anche i sottotetti destinati per funzione all’uso comune: l’assemblea potrà deliberare sulla cessazione di attività che incidano negativamente sulle cose comuni;

la possibilità di distacco dal riscaldamento in caso di malfunzionamento dell’impianto centralizzato, pagando solo le spese di manutenzione straordinaria, conservazione e messa a norma.

Per la nomina dell’amministratore, che durerà in carica due anni, il regolamento di condominio potrà prevedere maggioranze speciali.

L’amministratore sarà obbligato a stipulare, su richiesta dell’assemblea, una polizza assicurativa a copertura dei rischi professionali, con spese a carico del condominio stesso.

Lo stesso Amm.re avrà, inoltre, il compito di creare un sito internet per ciascun condomino.

Ulteriori novità all’esame del parlamento:

tutti i pagamenti ai fornitori dovranno avvenire con bonifico e ci dovrà essere corrispondenza tra estratto conto bancario e contabilità condominiale.

E’ stata prevista, inoltre,la possibilità di deliberare l’installazione di  impianti di videosorveglianza sulle parti comuni dell’edificio con il voto favorevole della maggioranza degli intervenuti, in rappresentanza di almeno 500/1.000.

Con lo stesso quorum potrà essere deliberata  l’installazione di impianti per la produzione di energia eolica, solare o comunque rinnovabile, anche da parte di terzi che conseguano a titolo oneroso un diritto reale o personale di godimento del lastrico solare o di altra idonea superficie comune.

Si attende ora l’approvazione del testo di riforma alla Camera dei Deputati, che poi tornerà nuovamente all’esame del Senato.

IMU : BREVE SINTESI

Si avvicina la scadenza per il pagamento della prima rata (18 giugno) e finalmente conosciamo un
po’ meglio questa nuova imposta introdotta dal Governo Monti, l’Imu . Infatti con una cicolare il
Dipartimento delle finanze, si dà risposta nel concreto ai dubbi che tutti noi contribuenti abbiamo
sollevato .

Intanto la prima notizia è che il colpo inferto sugli immobili non cade tanto sulla prima abitazione
quanto sulla seconda.

QUALE E’ IL CRITERIO DISTINTIVO TRA PRIMA E SECONDA CASA

Il provvedimento ha confermato che “rispetto a quanto previsto per l’Ici, la definizione di abitazione
principale presenta dei profili di novità”. Si considera cioè “abitazione principale” solo l’immobile
in cui il possessore “dimora abitualmente e risiede anagraficamente”. Questo significa che
la residenza fiscale non è più un requisito sufficiente: chi è proprietario della casa deve anche
abitarci.

ALIQUOTE E DETRAZIONI

Le aliquote standard (che si applicano su rendite catastali rivalutate del 60%) sono fissate allo
0,4% per la prima casa e allo 0,76% per la seconda, con possibili oscillazioni a discrezione dei
sindaci rispettivamente dello 0,2% e dello 0,3%. Sulla seconda abitazione, tuttavia, lo 0,38% andrà
comunque allo Stato. E’ quindi ampiamente prevedibile che le amministrazioni locali alzeranno
l’aliquota invece di abbassarla, in modo da ricavare un gettito consistente da tenere in cassa. Una
stangata tanto più pesante per i contribuenti considerando che sulle seconde abitazioni non è
prevista alcuna detrazione. Per quanto riguarda la prima casa, invece, l’Imu è molto più generosa
dell’Ici: le detrazioni passano da 103,29 a 200 euro, più altri 50 euro per ogni figlio a carico fino a
26 anni d’età.

I comuni potranno aumentare l’agevolazione di 200 euro, ma non potranno toccare quella sui figli,
che comunque non potrà superare complessivamente la soglia dei 400 euro. Aliquote agevolate
sono riconosciute sull’ex casa coniugale e, se i Comuni lo prevedono, sull’abitazione non affittata
posseduta da anziani o disabili che risiedono in istituti sanitari o di ricovero, così come sulla casa di
cittadini italiani residenti all’estero. Infine, per i fabbricati di interesse storico o artistico e per quelli
dichiarati inagibili scatta il taglio del 50% della base imponibile.

Ma concretamente chi paga questa imposta ?

Secondo il governo, non si pagherà l’Imu sul 24% delle prime case (ma non più di due settimane
fa l’esecutivo parlava del 30%), vale a dire 4,6 milioni su 19,2 milioni. Manovrando su aliquote
e detrazioni, i comuni possono in effetti azzerare l’imposta per le famiglie che abitano in case
modeste, quindi con rendite catastali basse. I margini d’azione degli amministratori locali sono però
meno ampi di quanto si pensava, visti i diffusi problemi di bilancio e il vincolo imposto dal patto di
stabilità interno.

Possiamo scegliere se versare l’imposta in due o tre soluzioni …

Prima rata a decorrere dal 18 giugno e si provvederà in ogni caso calcolando l’Imu con le aliquote
di base e le detrazioni stabilite (entro il 30 settembre i comuni dovranno fissare le aliquote e le
detrazioni definitive in funzione del gettito ottenuto dagli acconti). Se il contribuente sceglie la
soluzione in due soluzioni, nella metà di giugno si verserà la prima quota dell’importo complessivo
ottenuto applicando i criteri menzionati, mentre la seconda rata entro il 17 dicembre, a saldo
dell’imposta sull’intero anno e con tanto di conguaglio.

Per chi dovesse scegliere di provvedere al versamento frazionandolo in tre soluzioni, invece, la
prima e la seconda (avranno scadenza il 17 settembre) e sarà pari ciascuna a un terzo dell’imposta,
calcolata sempre applicando l’aliquota di base e la detrazione.

Che cosa è una cartella esattoriale , Equitalia una soluzione

CARTELLA ESATTORIALE , AGENTE DI RISCOSSIONE ED EQUITALIA COME POSSIAMO

DIFENDERCI?

Intanto cosa è una cartella esattoriale?

La cartella esattoriale e’ un documento emesso da un “agente della riscossione” per la riscossione
coattiva di un tributo (tassa, imposta, sanzione, contributo, etc.etc.) iscritto a ruolo a seguito di
un inadempimento del debitore rilevato da un controllo od accertamento dell’amministrazione
finanziaria oppure a seguito di sentenza di una commissione provinciale tributaria.

L’attivita’ di riscossione e’ gestita dall’Agenzia delle entrate tramite la societa’ EQUITALIA Spa
La procedura di riscossione attivata con la cartella puo’ riguardare tutte le entrate dello Stato e degli
enti pubblici, previdenziali e locali. In dettaglio si puo’ dire che possono essere riscossi tributi,
imposte sui redditi, Inps, Iva, imposta di registro, imposte ipotecarie e catastali, imposte sulle
donazioni e sulle successioni, imposte erariali di consumo, diritti doganali, tasse automobilistiche
e sulle concessioni governative, Ici, Tarsu, Tia, imposte comunali sulla pubblicita’, sulle pubbliche
affissioni, tosap, cosap, canoni demaniali etc.
Anche le sanzioni amministrative in generale (come per esempio le multe per infrazioni al codice
della strada o relative a servizi pubblici) non pagate alla loro naturale scadenza, vengono iscritte a
ruolo e sono soggette alla stessa procedura di riscossione coattiva delle tasse e dei tributi.

Il debito, una volta maturato, viene iscritto a ruolo, ovvero viene inserito in un elenco formato
dall’ente creditore (comune, agenzia delle entrate, inps, etc.) e periodicamente inviato all’agente
della riscossione competente per territorio affinché siano svolte tutte le attivita’ di riscossione
coattiva.
L’agente della riscossione funge quindi da “intermediario” tra l’ente creditore e il cittadino debitore,
e la cartella esattoriale e’ il suo strumento operativo primario.

Ottime notizie sul fronte equitalia:

Grazie ad alcune pronunce della commissione provinciale tributaria,ad es. Roma e Milano, è passato un
principio estremamente importante:

sono nulle, tutte quelle cartelle di pagamento notificate da Equitalia, a mezzo posta :

L’iscrizione ipotecaria è illegittima se Equitalia non dimostra la corretta notifica di tutte le cartelle esattoriali
per cui procede. Tale prova si ottiene solo con l’esibizione in giudizio, da parte del concessionario della
riscossione, delle copie delle cartelle insieme alle rispettive relate di notifica.

La giurisprudenza appunto richiede l’esibizione da parte del concessionario e dell’ente impositore che la
cartella di pagamento siano prodotte in originale comprovandone così la definitività del credito, nei riguardi
del ricorrente .

In altri termini, sussiste l’onere del concessionario di produrre in giudizio sia le cartelle esattoriali che le
relative relate di notifica.

Solo in questo modo il concessionario può contrastare l’eccezione del contribuente che eccepisce in giudizio
la mancata notifica delle cartelle.

Il più delle volte, invece, il concessionario si limita a produrre in giudizio solamente le relate di notifica
(oppure le ricevute di ritorno delle cartelle spedite per posta) senza tuttavia produrre in giudizio copia
degli atti. Ebbene, tale comportamento se da una parte prova la ricezione di un atto dall’altra non prova
assolutamente il contenuto dell’atto stesso.

E’ un primo importante traguardo nella tutela del contribuente.

Fonti: Sentenze C.T.P. di Milano n.75/26/11, C.T.P. di Parma n.40/01/10 C.T.P. di Roma n. 82/21/09)

Concorrenza sleale, tutela del consumatore, tutela del marchio e del brevetto

II. Le questioni

1. La tutela della formula commerciale. Inquadramento normativo. L’art. 2598 cod. civ. prevede, da una parte, ipotesi specifiche di concorrenza sleale (le fattispecie confusorie di cui al n. 1 della norma, quelle di appropriazione di pregi e quelle di denigrazione di cui al n. 2) e, dall’altra, una clausola generale riguardante ogni altro mezzo non conforme ai principî di correttezza professionale e idoneo a recare danno all’altrui azienda.

Nell’ambito di quest’ultima area rientra la figura della concorrenza parassitaria, che ricorre quando un’impresa ponga in essere una pluralità di condotte, anche lecite se considerate singolarmente, che si traducono nell’imitazione sistematica e protratta nel tempo delle iniziative imprenditoriali di un concorrente. Elemento essenziale di questa figura è il fattore tempo, ossia l’imitazione sistematica delle iniziative imprenditoriali, sia nel senso diacronico (pluralità di atti che si succedono nel tempo e tutti diretti alla continua e ripetuta imitazione) sia nel senso sincronico (lo sfruttamento sistematico dell’altrui lavoro viene conseguito attraverso una pluralità di atti posti in essere contemporaneamente).

La condotta pretesa illecita può involgere anche valutazioni su privative industriali, con rilevanti
riflessi di ordine processuale (la competenza delle sez. specializzate). Non a caso, l’attività confusoria, di cui all’art.
2598, n. 1, cod. civ. è posta in essere anche mediante la violazione dei marchi o di altri segni distintivi, per i quali la normativa speciale rimane ferma.

Talvolta, si lamenta l’appropriazione illecita di risultati conseguiti sul mercato dall’impresa concorrente, avvantaggiandosi dell’investimento e della creatività dell’antagonista, senza ricadere nell’ambito normativo delle
privative del codice della proprietà industriale.

2. Formula commerciale, libertà economica e correttezza professionale. Chi ha investito tempo e denaro su una particolare idea commerciale ha un interesse a che di tale investimento non si avvantaggino i concorrenti a suo discapito.

Non venendo in discussione la violazione di specifiche privative, si potrebbe astrattamente invocare l’art. 2598 cod. civ.

Tuttavia, ove si volesse interpretare tale norma generale nel senso di configurare un diritto ad inibire ai concorrenti l’uso dell’originalità dell’idea commerciale (di converso l’obbligo di astenersi dall’utilizzare l’altrui idea), attraverso il grimaldello della correttezza professionale, ci si scontrerebbe con il principio di concorrenza.

L’art. 41 Cost. sancisce, infatti, il principio di libertà economica, sia pure non teorizzando un modello di concorrenza perfetta, ma prevedendo limiti quali i valori generali di utilità sociale, sicurezza, libertà e dignità umana.

Allora, la formula commerciale in sé (tralasciando violazioni specifiche a privative, segreti aziendali,
ecc., sol pensando che la formula commerciale è per sé stessa «pubblicamente» riconoscibile, proprio perché diretta al pubblico) non può assurgere a bene tutelabile dall’ordinamento giuridico, introducendo, altrimenti, surrettiziamente nuovi diritti di privativa e bloccando la competitività.

Qui stanno il limite e al contempo le condizioni di tutela della formula commerciale, che, in quanto differenziata e migliorata, non potrà che essere usata e seguita, realizzando così la concorrenza e stimolando l’ulteriore sviluppo
di idee. Non dunque l’immobilismo, ma la lo sviluppo e la crescita.

Il problema si posta, allora, sulle modalità con le quali i concorrenti seguono colui che per primo ha «conquistato» un segmento del mercato o adottato una particolare strategia commerciale:

1. la formula commerciale viene copiata frettolosamente per sfruttare l’altrui investimento ed intercettare l’altrui ritorno economico e trova solo indiretta tutela nelle singole condotte confusorie, come nel caso sottoposto al giudice marciano (imitazione dei prodotti, dello slogan, ecc.);

2. la mera formula commerciale viene copiata quando oramai è affermata e collaudata, senza porre in
essere atti confusori, denigratori o scorretti (che sarebbero autonomamente sanzionati), comportamento lecito, come visto, alla luce del principio di concorrenza;

3. il concorrente copia sistematicamente le iniziative commerciali ogni volta di imprenditori diversi, sempre per avvantaggiarsi dell’altrui investimento.

Astrattamente, quindi, solo nelle ipotesi sub 1 e 3 può sorgere il legittimo dubbio che il comportamento del concorrente sia illecito e che la formula commerciale possa trovare spazio per un’autonoma tutela.

Prima di procedere oltre, occorre definire la correttezza professionale.

3. Segue: la correttezza professionale. L’individuazione della portata e del contenuto di tale concetto generale non è agevole e ha dato vita ad un vivace dibattito.

In questa sede ci si limiterà ad una sommaria delineazione delle principali correnti di pensiero, che al loro interno, invero, presentano ulteriori specificazioni.

Secondo l’orientamento c.d. fenomenologico, il legislatore, per evitare di demandare al giudice la determinazione delle regole di correttezza secondo la sua sensibilità, avrebbe fatto riferimento a regole esterne all’ordinamento statuale, ossia a regole sociali e professionali riconducibili agli usi mercantili, se non alla prassi e ai comportamenti abitudinari di ciascun settore imprenditoriale (Ferrari, 146; Franceschelli, 205 s., entrambi infra, sez. IV). Tale teoria sconta la difficoltà di accertare regole di costume che impongano l’astensione da certi comportamenti oppure l’impossibilità di applicare il divieto ove nessun costume si sia formato ovvero esistano diversi modelli di comportamento (Auteri,
362, infra, sez. IV). Inoltre, riferirsi al solo ceto imprenditoriale potrebbe portare all’affermazione di principî tutt’altro che di libera concorrenza, fondati invece sulla legge del più forte.

Secondo l’orientamento c.d. deontologico bisogna fare riferimento non alla mera prassi commerciale, ma ai principî etici dell’attività del ceto imprenditoriale, vale a dire non alla condotta normalmente tenuta,bensì al costume imprenditoriale eticamente qualificato. Il concreto, non generici concetti di lealtà ed onestà, ma regole deontologiche che gli stessi operatori del settore riconoscano valide e vincolanti (Minervini, 38; Ubertazzi, 109; Pinnarò, 55 s.;
Auletta, 354 s., che fa riferimento all’etica collettiva; Barbuto, 61, tutti infra, sez. IV; Auteri, 363 s., che specifica che le regole di correttezza professionale sono in realtà regole di comportamento
economico).

Secondo l’orientamento intermedio, poi, il giudizio di correttezza non si esaurisce nell’esame del costume imprenditoriale, in quanto quest’ultimo deve essere sottoposto da parte del giudice a ulteriore verifica di conformità anche ad un principio etico universalmente seguito (Vanzetti-Di Cataldo, 30 ss., che si rassegna, nell’indeterminatezza delle varie teorie e prendendo atto dell’indirizzo maggioritario giurisprudenziale, ad un giudizio di natura morale, non
professionale, ma di morale pubblica corrente, di cui il giudice è interprete; Rotondi, 484 ss., 207, entrambi infra, sez. IV).

Si è, altresì, proposto di adottare una regola di valutazione comparativa di interessi contrapposti, attribuendo prevalenza alla posizione dell’operatore economico che risulti più conforme al vantaggio collettivo o all’utilità
sociale, potendo così adottare un criterio elastico e utile per valutare in concreto il caso (Jaeger, 101; Guglielmetti-Guglielmetti, 330, entrambi infra, sez. IV).

Come si può intuire, la tematica è delicata e legata al problema di individuare gli interessi tutelati
dalla normativa sulla concorrenza sleale, interessi individuati ora nell’azienda (Mosco, 153; Ferrara jr., 124, entrambi infra, sez. IV), ora nell’avviamento (Carnelutti, 33 ss.; Greco, 453; Casanova,
1000, Esposito, 9, tutti infra sez. IV), ora nella clientela (Auletta, 335; Ghidini, Disciplina giuridica, 60 ss., infra, sez.
IV), ora in diritti assoluti della personalità che spettano ad ogni soggetto giuridico che partecipa alla concorrenza (Ghiron, 79 s., infra, sez. IV).

Tali teorie, nel loro complesso, sono espressione della concezione tradizionale della concorrenza intesa
come disciplina della gara tra imprenditori, lasciando sullo sfondo altri interessi collettivi (in primis dei consumatori), essendo l’interesse collettivo della libertà economica in chiave di utilità sociale a giustificare l’intervento legislativo
(Pardolesi, 55, infra, sez. IV).

La disciplina della concorrenza, però, sconta l’interferenza di nuove discipline speciali: si può essere in presenza di condotte «plurioffensive», sia delle norme sulla concorrenza sleale, sia degli interessi di un particolare
categoria di soggetti diversi dal ceto imprenditoriale, come consumatori (Poli, 207, infra, sez. IV).

4. Libera concorrenza, consumatore, codici di condotta, correttezza. In ambito comunitario il corretto funzionamento del mercato interno si accompagna al conseguimento di un elevato livello di tutela dei consumatori (art. 38 della Carta dei diritti fondamentali UE; art. 160 Trattato FUE, ex art. 153 Trattato CE).

Il cod. cons. prevede una serie di tutele e garanzie nel rapporto professionista-consumatore.

Questa esplicazione ed affinamento dei doveri di comportamento nel rapporto tra i due soggetti economici
può implicare valutazioni circa il più ampio «dover essere» nel mercato.

Certamente concorrenza sleale e tutela del consumatore non sono aree concentriche, ma non per questo
non hanno punti di sovrapposizione.

L’art. 21, comma 2°, lett. a), cod. cons. considera ingannevole qualsiasi «pratica commerciale che
nella fattispecie concreta e tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso induce o è idonea ad indurre il consumatore medio» ad una decisione di natura commerciale e comporti una qualsiasi «attività di commercializzazione del prodotto che ingenera confusione con i prodotti (…) e altri segni distintivi di
un concorrente».

L’art. 23, lett. o), poi, considera ingannevole promuovere un prodotto simile a quello fabbricato da un altro produttore in modo tale da fuorviare deliberatamente il consumatore inducendolo a ritenere, contrariamente al vero, che il
prodotto è fabbricato dallo stesso produttore.

I codici di condotta, poi, possono specificare, integrare o semplicemente riprodurre le indicazioni
normative. In ogni caso, possono essere espressione di una nuova sensibilità degli operatori economici circa il comportamento da tenere, in armonia con una presa di coscienza (normativa e sociale), con la speranza che riescano a recepire anche gli interessi degli stakeholders (anche se l’adesione ad un codice di condotta da parte
dell’imprenditore potrà essere motivato da ragioni di marketing, quasi una captatio benevolentiae del consumatore).

Dunque, sono utili nella parte in cui forniscono una guida agli attori del mercato e (nella fase
patologica) del processo, soprattutto ove siano espressione o specificazione delle previsioni normative e degli interessi generali.

Certo campeggia sempre il rischio che contengano, viceversa, l’affermazione di interessi corporativi,
contrari all’interesse generale.

Pertanto, le regole di autodisciplina possono sì concretizzare la clausola generale di correttezza
professionale, ma non condurre automaticamente alla declaratoria di scorrettezza del comportamento. La regola sarà utile e vincolante in quanto corretta specificazione del precetto legislativo.

Il che riporta alla mai sopita discussione sul significato da attribuire alla correttezza professionale.

Invero, però, affiorano alcune indicazioni ulteriori: la correttezza professionale impone di considerare non più solo gli interessi di rilievo costituzionale (sicurezza, libertà e dignità umana), ma altri, specifici e forti interessi dei consumatori.

Ma nel momento in cui vengono in rilievo gli interessi di quella categoria di attori del mercato ritenuta debole e quindi meritevole di tutela, allora cambia anche il metro di valutazione della correttezza professionale, che sempre più
si avvicina al concetto di correttezza tout court nei rapporti tra i consociati.

Nel codice del consumo viene riconosciuto al consumatore come fondamentale il diritto all’esercizio delle pratiche commerciali secondo principi di buona fede, correttezza e lealtà [art. 2, comma 2°, lett. c) bis].

L’art. 18, lett. h) (come modificato dal d. legis. 2.8.2007, n. 146, Attuazione della direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno e che modifica le direttive
84/450/CEE, 97/7/CE, 98/27/CE, 2002/65/CE, e il Regolamento (CE) n. 2006/2004) definisce la diligenza professionale come «il normale grado della specifica competenza ed attenzione che ragionevolmente i
consumatori attendono da un professionista nei loro confronti rispetto ai principi generali di correttezza e di buona fede nel settore di attività del professionista».

Si assiste, nella differenza concettuale tra diligenza e correttezza, ad un oggettivazione della valutazione del comportamento dell’imprenditore, di maggiore o minore conformità a regole di condotta funzionali a garantire il
soddisfacimento dell’interesse del consumatore (Auteri-Floridia, 336 s., infra, sez. IV).

Certamente gli ambiti di tutela rimangono separati, ma nessuno ha mai dubitato che la tutela contro la concorrenza sleale fosse indirettamente una tutela dei consumatori pregiudicati dall’atto di concorrenza sleale (si vedano i
«considerando» nn. 6 e 8 della direttiva n. 2005/29/CE per cui le pratiche commerciali sleali ledono direttamente gli interessi economici dei consumatori e, quindi, indirettamente gli interessi economici dei concorrenti legittimi e viceversa).

L’art. 6 della direttiva, poi, considera ingannevole una pratica commerciale che, «nella fattispecie concreta, tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso, induca o sia idonea ad indurre il consumatore medio ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso e comporti: a) una qualsivoglia attività di marketing del prodotto».

Trattasi di previsione amplissima, cui fa eco l’art. 23 cod. cons.

La tipizzazione normativa di origine comunitaria di avanzata tutela del consumatore segna un parametro di valutazione anche ai fini dell’art. 2598 cod. civ., sia perché sostanzialmente omogenee, sia perché la clausola generale di correttezza professionale si coordina con i principi costituzionali ed in particolare con l’art. 41, comma 2° (id est l’utilità sociale), sia perché la violazione di norme pubblicistiche può integrare un atto di concorrenza sleale, introducendo elementi distorsivi del mercato coperti dalla previsione dell’art. 2598 (infra, sez. III).

Esistono specifiche regole (positive) del gioco (del mercato), che possono rilevare anche nel rapporto tra
imprenditori.

Ampliando la tutela del consumatore, si ampliano anche i doveri di correttezza professionale che governano i rapporti di concorrenza tra imprese (Auteri-Floridia, 366 e 368).

 

Che cosa è il diritto industriale primissime riflessione

Il diritto industriale è uno specifico settore del diritto commerciale , che tratta in particolare , i rapporti tra le imprese .

Ad esempio quando ipotizziamo di individuare il titolo della nostra attività commerciale , facciamo riferimento ad un marchio ,  e ciò può individuare sia la natura dell’attività che il nome specifico di quell’impresa .

Oppure ancora quando elaboriamo una determinata procedura algoritmica, ovvero pensiamo di aver elaborato un sistema in grado di facilitare un processo complesso della vita quotidiana , stiamo brevettando .

Questi due esempi in termini assai sintetici servono a caprendere meglio che cosa è e cosa serve il diritto industriale .

Pensiamo ora alle pubblicità : quante volte ci è capitato di individuare una pubblicità che faccia prenda a paragone il proprio prodotto e quello di altre società che forniscono lo stesso bene  ?

Ebbene se questa pubblicità si limita a raffrontare puramente e semplicemente i prodotti : per es.nella telefonia allora stiamo facendo riferimento ad una pubblicità c.d. COMPARATIVA se invece questa promozione non fosse veritiera o più implicitamente si limitasse ad denigrare/sminuire il prodotto concorrente ci troveremo di fronte ad una pubblicità che sempre in termini legali , si individua in una concorrenza sleale . 

Cosa cambia nei riti del processo civile

Processo civile,  ecco Cosa cambia dal 6 ottobre 2011:



Un testo unico per razionalizzare e semplificare la normativa speciale in materia civile in soli 3 modelli procedimentali contenuti nei codici:

il rito del lavoro.

il rito sommario di cognizione.

il rito ordinario di cognizione.

In sintesi le principali novità:



Eliminate le differenze di regolamentazione non giustificate da effettive esigenze; uniformati i passaggi procedurali, per consentire una migliore organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari; scritte regole più chiare e con terminologia uniforme, per ridurre al minimo i dubbi interpretativi.

Dopo oltre cinquant’anni di legislazione priva di disegno organico, è la prima volta che viene attuato un intervento legislativo così vasto all’insegna della semplificazione del sistema processuale civile.

Il provvedimento, per avere accorpato e riassunto in unico testo tutte le disposizioni che disciplinano i procedimenti giudiziari previsti dalle leggi speciali.

Così, nell’area del rito del lavoro sono collocate:



• le controversie in materia di opposizione alle procedure di recupero degli aiuti di Stato.
• le opposizioni alle sanzioni amministrative, al verbale di accertamento del codice della strada.
• i procedimenti in materia di applicazione del codice della privacy.
• le controversie di natura agraria e le sanzioni in materia di stupefacenti.
• le opposizioni ai provvedimenti in materia di riabilitazione del debitore protestato.
• Con il procedimento sommario di cognizione sono definite:
• le cause sugli onorari forensi.
• le opposizioni ai decreti di pagamento delle spese di giustizia.
• le controversie in materia di immigrazione.
• le opposizioni alle decisioni di convalida dei trattamenti sanitari obbligatori.
• le cause che hanno per oggetto la materia elettorale.
• le liti sulle misure disciplinari a carico dei notai.
• quelle sul risarcimento danni per le intercettazioni telefoniche.
• quelle sulla discriminazione.

In tema di processo ordinario di cognizione ci sono:



• le opposizioni alle procedure coatte per la riscossione delle entrate di Stato e degli altri enti pubblici.
• quelle sulle stime effettuate nell’ambito dei procedimenti di espropriazione.
• le controversie in materia di attuazione di sentenze e provvedimenti stranieri ed in materia di liquidazione di usi civici.
• i procedimenti in materia di rettificazione del sesso.

In termini generali, toccherà al giudice rettificare con un’ordinanza l’errore commesso quando una controversia viene promossa in una forma diversa da quella disciplinata dal decreto, stabilendo anche l’eventuale passaggio a un altro giudice in caso di difetto di competenza.

Quanto al regime transitorio, i nuovi modelli non saranno comunque applicati ai procedimenti già pendenti alla data di entrata in vigore.

Riti Elementi caratterizzanti

Lavoro Per i procedimenti in cui risultano prevalenti i caratteri della concentrazione delle attività processuali, o nei quali sono previsti ampi poteri di istruzione d’ufficio.

Sommaria
Cognizione procedimenti speciali accentuata semplificazione della trattazione o dell’istruzione della causa = un’attività istruttoria breve

Ordinario ha un carattere prevalentemente residuale in questo l’istruttoria è più ampia.