Diritto Penale

Lo studio legale Bonanni , in questo blog si prefigge l'obiettivo di approfondire temi legati al diritto penale con specifico riferimento a casi concreti d'interesse pubblico .

REATI FISCALI : come cambiano. L'avv. Bruno Bonanni Risponde

L’avvocato Bruno Bonanni si addentra in uno degli ambiti legislativi che spesso vengono sottovalutati dalle Pmi. «Invece, bisognerebbe rivolgersi ad avvocati e fiscalisti per tempo, in modo da scegliere correttamente»

Intervista di Remo Monreale(osservatorio giustizia e professioni) :

Gli interventi legislativi che toccano più o meno direttamente il mondo imprenditoriale sono sempre più numerosi. Alcuni trasformano l’ambito in cui sono inseriti, come nel caso dei reati fiscali. A parlarne è l’avvocato Bruno Bonanni, il cui studio legale si trova a Roma, e presta da trentacinque anni attività di assistenza, difesa e consulenza, sia giudiziale che stragiudiziale, in materia penale. «Le fattispecie di reato fiscale più ricorrenti – Dice Bonanni – sono quelle previste nel D.L.vo n. 74/2000, dagli articoli 2 “dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o alti documenti per operazioni inesistenti”, 8 “emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”, 10 bis “omesso versamento di ritenute certificate” e 10 ter “omesso versamento di Iva”. Ora, a mio modo di vedere, la trasformazione più significativa è consistita nella nuova disciplina prevista nell’art. 2 del D.L.vo n. 74/2000, che ha configurato il reato di dichiarazione fraudolenta attraverso l’utilizzo di fatture “false”, in luogo di quello previsto dal previgente art. 4 lett. d) legge 516/82. La norma attuale, infatti punisce la condotta di chi, al fine di evadere l’imposta sui redditi, o sul valore aggiunto, recepisce le fatture “false” nelle dichiarazioni annuali, indicando così elementi passivi fittizi. La norma precedente, invece, prevedeva come reato la mera registrazione del documento da parte di chi lo aveva ricevuto, con la conseguenza che l’illecito poteva essere integrato da un qualsiasi impiego del documento giuridicamente rilevante e strumentale all’evasione fiscale. In termini concreti, con la nuova disciplina, il contribuente che, in un primo momento, si fosse indotto a registrare in contabilità una fattura “falsa”, potrà “ravvedersi”, stornandola e non inserendola come elemento passivo nella dichiarazione annuale».

Purtroppo esistono aspetti in questo campo che spesso vengono ignorati dai più e su cui ci potrebbe essere maggiore prevenzione. «Mentre le aziende di grandi dimensioni – continua l’avvocato Bonanni – sono dotate di strutture (interne ed esterne, che sovente intervengono in sede di Cda) in grado di assicurare una consulenza preventiva all’imprenditore, quelle di media e soprattutto di piccola dimensione, non contemplano questo importantissimo aspetto. Mi rifaccio all’esempio americano, nel quale i professionisti (avvocati e fiscalisti) intervengono preventivamente, consigliando all’imprenditore le modalità per realizzare scelte corrette sia sotto il profilo aziendale, sia contabile e fiscale».

Dida: L’avvocato Bruno Bonanni dello studio legale Bonanni, con sede a Roma
www.studiolegalebonanni.net

Sequestro seguito da confisca per equivalente

Lo studio legale Bonanni , affronta un tema legato ai reati fiscali riprendendo una sentenza della corte di cassazione :

Non può essere estesa alla società la confisca per equivalente per reati tributari del rappresentante legale.

La confisca per equivalente ha natura di sanzione penale e in quanto tale non può essere estesa a soggetto diverso dall’autore del reato -nella specie la società- non essendo a tal fine sufficiente il rapporto di immedesimazione organica del legale rappresentante con l’ente che beneficia delle sue condotte e non essendo, peraltro, consentita la confisca per equivalente a danno dell’ente al di fuori dei casi previsti dagli artt. 24 e ss., D.Lgs. n. 231 del 2001.

La Corte di Cassazione interviene in materia di confisca per equivalente disposta nei confronti del legale rappresentante di una cooperativa responsabile di reato tributario, escludendo la possibilità di estendere la confisca alla società.

Nel procedimento a carico di xx, legale rappresentante della società Alfa, imputato di reato fiscale, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Genova proponeva ricorso per cassazione avverso l’ordinanza dello stesso Tribunale con la quale era stato respinto l’appello proposto dal P.M. avverso il decreto emesso dal Giudice per le indagini preliminari che, nel disporre il sequestro preventivo per equivalente di beni appartenenti a xx, non aveva esteso tale sequestro alla società.

Nel decreto impugnato il Giudice per le indagini preliminari aveva affermato la natura di sanzione penale della confisca per equivalente che escludeva la possibilità di estenderla a soggetto diverso dall’autore del reato e la non applicabilità della confisca stessa alle società al di fuori dei casi espressamente previsti dagli artt. 24 e ss., D.Lgs. n. 231 del 2001.

Nei motivi di ricorso il P.M. adduceva che la confisca per equivalente del profitto del reato va ricondotta alla categoria delle misure di sicurezza non retroattive, assumendo natura di sanzione penale solo sotto il profilo della non retroattività, con la conseguente confiscabilità dei beni della società, non potendo comunque ritenersi persona estranea al reato chi partecipi all’utilizzazione del profitto

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Pubblico Ministero, confermando la decisione del Tribunale del riesame di Genova, a sua volta confermativa del decreto di sequestro emesso dal Giudice per le indagini preliminari, uniformandosi ai principi di diritto fissati dalle Sezioni Unite penali con la recente Sent. n. 10561 del 2014, Gubert, in tema di confisca per equivalente nei confronti della società per reato fiscale commesso dal suo amministratore.

Alle Sezioni Unite era stato devoluto dalla III sezione della Corte il quesito se fosse possibile o meno aggredire direttamente i beni di una persona giuridica per le violazioni tributarie commesse dal legale rappresentante della stessa.

Secondo la Corte remittente il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente poteva avere ad oggetto i beni di una persona giuridica anche al di fuori dei casi in cui la sua creazione fosse stata finalizzata a farvi confluire i profitti degli illeciti fiscali quale società – schermo.

A fondamento dell’indirizzo in questione si adduceva il dato obiettivo secondo cui, sebbene il reato tributario fosse addebitabile all’indagato, le conseguenze patrimoniali sarebbero ricadute sul patrimonio della persona giuridica a favore della quale l’autore del reato avesse agito, salvo che non vi fosse la prova della rottura del rapporto di immedesimazione organica tra la persona fisica e la società.

Proprio tale considerazione, secondo la Sezione rimettente, rendeva non necessario, ai fini del sequestro per equivalente dei beni della persona giuridica, che questa fosse responsabile ai sensi del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231 (cfr. Sez. VI, Sent. n. 21222 del 25 gennaio 2013, secondo cui il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto del reato di corruzione può incidere contemporaneamente od indifferentemente sui beni dell’ente che dal medesimo reato ha tratto vantaggio e su quelli della persona fisica che lo ha commesso, con l’unico limite per cui il vincolo cautelare non può eccedere il valore complessivo del suddetto profitto).

Secondo altro e contrastante indirizzo giurisprudenziale il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente dei beni appartenenti alla persona giuridica, non era ammissibile nel caso in cui si procedeva per violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, e ciò

perché gli artt. 24 e ss., D.Lgs. n. 231 del 2001, non prevedono i reati tributari tra le fattispecie che giustificano l’adozione del provvedimento di confisca (e quindi di quello di sequestro alla confisca finalizzato). Tale principio, secondo quest’ultimo indirizzo, era superabile solo nel caso in cui la struttura aziendale costituisca un apparato fittizio utilizzato dal reo per commettere gli illeciti, dato che ogni cosa fittiziamente intestata alla società è immediatamente riconducibile alla disponibilità dell’autore del reato. (ex multis Sez. III, Sent. n. 42476 del 20 settembre 2013, secondo cui, salva l’ipotesi in cui la struttura aziendale costituisca un apparato fittizio utilizzato dal reo per commettere gli illeciti, il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, previsto dall’art. 19, comma 2, D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, non può essere disposto sui beni immobili appartenenti alla persona giuridica ove si proceda per le violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, in quanto gli artt. 24 e ss. Del citato D.Lgs. non contemplano i reati fiscali tra le fattispecie in grado di giustificare l’adozione del provvedimento.)

Le Sezioni Unite, pur evidenziando le criticità del sistema normativo vigente, hanno ritenuto condivisibile il secondo orientamento. Premessa la possibilità del sequestro preventivo del profitto di reato per i reati tributari e la distinzione tra confisca diretta -sempre possibile ex art. 240 c.p.- qualora il profitto stesso sia rimasto nella disponibilità della persona giuridica – e confisca per equivalente, le Sezioni Unite hanno affermato il principio che non è possibile la confisca per equivalente di beni della persona giuridica per reati tributari commessi da suoi organi, salva l’ipotesi in cui la persona giuridica stessa sia in concreto priva di autonomia e rappresenti solo uno schermo attraverso cui l’amministratore agisca come effettivo titolare.

In quest’ultimo caso infatti, il trasferimento dei beni è solo apparente, restando i beni nella sostanziale disponibilità del suo amministratore.

Al di fuori di questa ipotesi, il rapporto fra ente ed un suo organo, di per sé, non è suscettibile di fondare l’estensione della confisca per equivalente, che si basa su specifiche disposizioni di legge, tanto più che è persino possibile che la persona giuridica, attraverso altri organi, promuova azione di responsabilità verso il suo amministratore che l’ha esposta a responsabilità (civile) conseguente a reato.

Il quadro normativo di riferimento (art. 19, D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 1, comma 143, L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 322-ter c.p., art. 11, L. 16 marzo 2006, n. 146), insuscettibile di applicazione analogica (Infatti le Sezioni Unite hanno già chiarito che la confisca per quivalente, introdotta per i reati tributari dall’art. 1, comma 143, L. 27 dicembre 2007, n. 244, ha natura eminentemente sanzionatoria (Sez. Unite, n. 18374 del 31 gennaio 2013, Adami, Rv. 255037), non prevede la possibilità di ravvisare la responsabilità della persona giuridica per i reati tributari commessi dal suo amministratore.

La sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III, Sent. 25 marzo 2014, segue, come anticipato, le linee tracciate dalle Sezioni Unite, pervenendo alle stesse conclusioni.

La Corte ha poi richiamato, a sostegno di queste ultime, anche il dictum di Sez. Unite, Sent. n. 26654 del 27 marzo 2008, Fisia Italimpianti Spa e altri, che ha chiarito che, l’istituto della confisca previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001 sulla responsabilità degli enti si connota in maniera differenziata a seconda del concreto contesto in cui è chiamato ad operare. L’art. 9, comma 1, lett. c), prevede la confisca come sanzione, il cui contenuto e i cui presupposti applicativi sono precisati nell’art. 19, comma 1, che testualmente recita: “Nei confronti dell’ente è sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato”. Il secondo comma di quest’ultima disposizione autorizza la confisca anche nella forma per equivalente, replicando lo schema normativo di disposizioni già presenti nel codice penale o in leggi penali speciali. Chiara, quindi, la configurazione della confisca come sanzione principale, obbligatoria e autonoma rispetto alle altre pure previste nel decreto in esame.

L’art. 6, comma 5, del medesimo decreto prevede, inoltre, la confisca del profitto del reato, commesso da persone che rivestono funzioni apicali, anche nell’ipotesi particolare in cui l’ente vada esente da responsabilità, per avere validamente adottato e attuato i modelli organizzativi (complianceprograms) previsti e disciplinati dalla stessa norma. In questa ipotesi, riesce difficile cogliere la natura sanzionatoria della misura ablativa, che si differenzia strutturalmente da quella di cui all’art. 19, proprio perché difetta una responsabilità dell’ente e che costituisce, invece, uno strumento volto a ristabilire l’equilibrio economico alterato dal reato presupposto, i cui effetti sono comunque andati a vantaggio dell’ente.

Orbene, una estensione della confisca per equivalente nei confronti della persona giuridica non potrebbe, come osserva la Corte di Cassazione, giustificarsi richiamando tale forma di confisca, in quanto l’art. 53 del decreto richiama esclusivamente l’art. 19, ossia la confisca-sanzione.

L'avvocato penalista affronta il tema dell' ARRESTO OBBLIGATORIO e FLAGRANZA DI REATO

Oggi lo studio legale bonanni affronta il tema dell’arresto obbligatorio e la flagranza di reato spiegando quando e perché avviene.

Spesso i quotidiani nazionali riportano notizie concernenti casi in cui un soggetto o più persone vengono “arrestati in flagranza di reato”.

l’arresto è un provvedimento dì iniziativa della polizia giudiziaria volto alla temporanea privazione della libertà. Tale provvedimento, non poche volte, anticipa le misure cautelari che verranno successivamente disposte dal giudice che procede.

Cosa vuol dire”arresto in flagranza di reato”, e quando può verificarsi?

L’articolo 382 c.p.p. statuisce che “è in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato (flagranza di reato) ovvero chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima (quasi flagranza).”

Da un’attenta lettura della norma si coglie che la definizione di “flagranza” abbraccia situazioni diverse che pur essendo differenti sono tutte ricollegabili alla ritenuta riferibilità del fatto alla condotta del soggetto, la flagranza dunque si configura tutte le volte che sia possibile stabilire un nesso tra il soggetto e il reato.

L’espressione utilizzata dal legislatore “nell’atto di commettere” include sia l’ipotesi in cui il reato sia ancora in itinere quanto l’altra invece in cui si sia appena consumato.

L’ ”esser sorpresi” con cose o tracce del reato riguarda invece la condotta che si è esaurita ma immediatamente precedente: in tal caso la contestualità tra il fatto e soggetto è data dal possesso di ciò che evidenzia la recente commissione dell’illecito.

La Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto, in una recente sentenza, che ai fini della configurabilità della fattispecie di quasi flagranza “nulla vieta che la sorpresa con le cose o tracce del reato sia conseguente all’intervento della polizia chiamata dalla persona offesa o da altri soggetti che avevano assistito alla commissione del reato, essendo necessario solo l’immediata e diretta percezione delle stesse cose e tracce della polizia giudiziaria e del loro collegamento in equivoco con l’indiziato”, Cass. Pen. Sez. V,24/10/13 n. 50590.

In tema di reati abituali, come ad esempio nel caso di maltrattamenti in famiglia , è stato ritenuto legittimo l’arresto in flagranza di tale delitto quando il fatto risulti alla polizia giudiziaria non isolato ma quale parte di una catena di comportamenti violenti; non si richiede dunque che la P.G. assista alla intera condotta ma all’atto offensivo purchè nel luogo in cui interviene, la/ il denunciante riferisca circa la ripetizione di atti di violenza. Per quanto riguarda invece i reati permanenti lo stato di flagranza sussiste finchè non è cessata la permanenza.

Il legislatore ha delimitato i casi di arresto obbligatorio in flagranza e lo ha fatto adottando un triplice criterio descrittivo:

-a volte richiama la pena prevista senza far alcun riferimento alla natura del reato;

-altre volte enuncia i tipi di reato , classificati in base al bene giuridico protetto;

-altre volte ancora indica singoli reati che per oggetto della tutela, per allarme sociale,per entità della pena si reputano più gravi degli altri.

Risponde al primo criterio la prescrizione che fa obbligo alla p.g. di procedere all’arresto di chi viene colto in flagranza di un reato punito con la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti.

Il secondo criterio è utilizzato per estendere l’obbligo di arresto qualora la flagranza attenga a reati contro la personalità interna e internazionale dello stato,contro i diritti politici del cittadino. L’ultimo criterio vale invece per un’elencazione molto ampia ed eterogenea che spazia da ipotesi di reati di notevole allarme sociale ai reati contro il patrimonio.

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA, Quando e come si realizza? come uscirne?

E’ ricorrente nelle pagine di cronaca nazionale leggere casi di maltrattamenti in famiglia.

E’ di qualche giorno fa, infatti la notizia che come Vittima, ancora una volta, una donna, di Montebello Jonico (Reggio Calabria) che nonostante fosse separata dal marito cinquantenne, continuava a subire violenze da parte dello stesso.

Costretta a sopportare umiliazioni psichiche e fisiche , la donna, decisa a porre fine ai continui e ripetuti fatti di violenza, subiti anche dopo la separazione, si è rivolta ai Poliziotti del Commissariato di Condofuri, che dopo aver svolto le necessarie indagini hanno accertato la veridicità dei racconti della stessa. L’uomo è stato arrestato in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria , per il reato di maltrattamenti in famiglia.

Brevi Cenni sul reato di maltrattamenti in famiglia ex art.572 c.p.p.

Il Codice Rocco ha collocato l’articolo 572 in un autonomo titolo ”Dei delitti contro la famiglia”,questa scelta riflette le concezioni politiche e morali di quel dato momento storico che volevano realizzare una particolare tutela della famiglia come “ente autonomo”.Un primo orientamento coerente con le scelte politiche del fascismo individuò dunque nella famiglia il bene giuridico tutelato dall’art 572 c.p.

Rispetto a questa concezione sono venuti ormai meno i presupposti ideologici e si obietta sostenendo che l’art. 572 c.p. non si rivolge alle sole persone legate da un vincolo familiare ma anche a persone legate da altri rapporti .Così l’oggetto della tutela non può essere solo la famiglia; dottrina e giurisprudenza oggi dominanti ritengono quindi che il bene tutelato sia l’integrità psicofisica del soggetto passivo. Inizialmente questo bene giuridico era riconosciuto solo in via secondaria rispetto al bene-famiglia, appare oggi prevalente l’interpretazione che considera l’integrità psico-fisica come uno dei beni giuridici offesi dal delitto di maltrattamenti facendone così acquistare rilevanza autonoma.

Per molto tempo la dottrina identificava la famiglia cui si riferisce l’art. 572 c.p. nella sola famiglia legittima fondata sul matrimonio escludendo così da questa fattispecie la convivente alla quale l’agente è legato solo da un rapporto di fatto.

Di recente affiora in dottrina una tesi differente secondo la quale dovrebbero essere considerati membri della famiglia ex art. 572 e quindi potenziali soggetti attivi del reato anche i componenti della famiglia di fatto, fondata sulla volontà di vivere insieme, di avere figli, di avere beni in comune: di dar vita quindi ad un nucleo stabile e duraturo. Questa concezione appare la più coerente con la realtà sociale moderna.

Questo perché l’introduzione del divorzio ed il suo largo utilizzo hanno dimostrato che il matrimonio non è più un legame indissolubile eliminando così il presupposto per una tutela diversificata dei due rapporti.

A questo punto il problema sarà solo un problema di prova; tutte le volte in cui l’unione familiare non sia fondata su un vincolo giuridico si dovrà dimostrare che il nucleo abbia i requisiti della stabilità e che vi sia fra i suoi membri una comunità di intenti,un serio vincolo affettivo: che si sia dunque costituita una famiglia di fatto.

Appare evidente che l’articolo 572 c.p. estende la sua portata anche al di fuori del nucleo familiare, tant’è che, seppur meno frequentemente, ha trovato applicazione anche in ambiti diversi: si pensi, in particolare, alle strutture di ricovero dove potrebbero essere adoperati nei confronti dei degenti mezzi incompatibili con le normali finalità di cura, mentre più controverse applicazioni vi sono state negli ambienti di lavoro o scolastici dove è tenue il confine con il meno grave delitto di abuso dei mezzi di correzione previsto dall’articolo 571 c.p.

Il legislatore individua l’azione tipica nella locuzione “maltrattare”.

Tale è stata da più parti criticata per la sua indeterminatezza e non univocità di significato. Dottrina e giurisprudenza sono uniformi nel considerare che il termine “maltrattamenti” richieda una pluralità di atti per la perfezione del delitto. Questo vuol dire che il reato si perfeziona con il compimento di una pluralità di atti uniti fra loro dal vincolo dell’abitualità cioè della ripetitività nel tempo. Inoltre l’abitualità non è esclusa da intervalli alternati alla serie di episodi lesivi se questi intervalli non avranno una durata tale da interrompere la fattispecie criminosa.

Per quanto concerne la condotta del delitto in esame , secondo l’opinione più diffusa, tale può comprendere sia atti che costituiscono di per sé reato, sia atti di per sé privi di rilevanza penale. Unico requisito della condotta è individuabile nella corretta idoneità offensiva rispetto al bene giuridico tutelato. La dottrina e la giurisprudenza considerano assorbite nei maltrattamenti le percosse, le minacce, le ingiurie.

Inoltre la configurabilità del delitto in esame non può essere esclusa nel caso in cui i soggetti coinvolti appartengono ad ambienti culturali diversi dal nostro, che prevedono particolari potestà in ordine al nucleo familiare: tali situazioni sarebbero in contrasto assoluto con i principi che stanno alla base dell’ ordinamento giuridico italiano. Rispetto a tali pratiche,la giurisprudenza ha più volte affermato che le differenti tradizioni non eliminano il disvalore del fatto dei maltrattamenti, né sono idonee a giustificare l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.

Infine il delitto in esame si perfezionerà tutte le volte in cui si compie quell’atto che sorretto dal dolo ed unendosi agli altri analoghi già precedentemente compiuti realizza l’offesa al bene giuridico tutelato.

Accesso abusivo a un sistema informatico o telematico

L’accesso abusivo ad un sistema informatico e telematico costituisce uno dei cosiddetti “reati informatici” previsto dall’art. 615-ter del codice penale.

Il suddetto articolo prevede che “Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni:
1) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema;
2) se il colpevole per commettere il fatto usa violenza sulle cose o alle persone, ovvero se è palesemente armato;
3) se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione totale o parziale del suo funzionamento, ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.
Qualora i fatti di cui ai commi primo e secondo riguardino sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanità o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico, la pena è, rispettivamente, della reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni.
Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa; negli altri casi si procede d’ufficio”.

 

Tale reato è stato introdotto per contrastare il dilagante fenomeno degli hacker (tecnicamente conosciuti come “cracker”), ovvero coloro che commettono atti di pirateria informatica, intervenendo su memorie a cui non hanno accesso legale per sottrarre o alterare dati”. Il reato di cui all’art. 615-ter è stato puntualmente collocato dal legislatore tra i delitti contro l’inviolabilità del domicilio, quasi a voler tutelare il “domicilio informatico” quale luogo ove sono stati inseriti dati e programmi riservati, contenuti in un sistema informatico.

 

Il reato si consuma, infatti, nel momento in cui il soggetto supera le barriere poste a tutela del sistema informatico e si introduce nello stesso. Sul punto la Corte di Cassazione ha chiarito che, ai fini della configurabilità del reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, la protezione del sistema può essere adottata anche con misure di carattere organizzativo che disciplinino le modalità di accesso, consentito esclusivamente dal titolare per determinate finalità ovvero per il raggiungimento degli scopi aziendali (Cass. pen. Sez. V, 18/12/2012, n. 18497 (rv. 255924).

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno chiarito quali siano le condotte tipiche punite dall’art. 615 ter c.p.: a) nell’introdursi abusivamente in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza, da intendersi come accesso alla conoscenza dei dati o informazioni contenuti nel sistema, effettuato sia da lontano (attività tipica dell’hacker) sia da vicino (da persona, cioè, che si trova a diretto contatto dell’elaboratore); b) nel mantenersi nel sistema contro la volontà, espressa o tacita, di chi ha il diritto di esclusione, nel senso di persistere nella già avvenuta introduzione, inizialmente autorizzata, continuando ad accedere alla conoscenza dei dati nonostante il divieto, anche tacito, del titolare del sistema. Quest’ultimo caso si verifica quando un soggetto è stato autorizzato solo per il compimento di determinate operazioni e per il relativo tempo necessario mentre lo stesso, compiuta l’operazione espressamente consentita, si intrattiene nel sistema per la presa di conoscenza non autorizzata dei dati (Cass. pen. Sez. Unite, 27/10/2011, n. 4694).

Inoltre, la Suprema Corte ha ritenuto consumato tale reato anche con l’introduzione nel sistema “POS” (predisposto per il pagamento a mezzo carte di credito e bancomat), installando un “microchip” idoneo ad intercettare le comunicazioni informatiche di detto apparato e a scaricarne i dati, per poi successivamente utilizzarli al fine di clonare altre carte. Le carte di credito e di debito, infatti, identificate da una banda magnetica oppure da un chip che consentono di memorizzare e trasmettere dati informatici, costituiscono un sistema informatico ai sensi delle disposizioni che prevedono tale nozione come elemento della fattispecie incriminatrice (Cass. pen. Sez. feriale, 23/08/2012, n. 43755 (rv. 253583).

Il dolo richiesto dalla norma è generico, ovvero la volontà di introdursi in un sistema informatico altrui, senza il consenso del titolare, e con la consapevolezza che il titolare abbia predisposto alcune misure di sicurezza al fine di rendere effettivo il proprio ius excludendi. La figura del tentativo non è prevista dalla norma, in quanto l’art. 615-ter è un reato di pericolo.

Il reato di cui all’art. 615-ter c.p. sussiste anche quando venga commesso dal soggetto agente che, pur abilitato ad accedere al sistema, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema in parola onde delimitarne oggettivamente l’accesso. Ne deriva che, ai fini della configurabilità della citata fattispecie delittuosa, risultano irrilevanti gli scopi e le finalità che soggettivamente hanno indotto e motivato l’ingresso al sistema (Cass. pen. Sez. Unite, 27/10/2011, n. 4694).

Tale principio ha trovato ulteriore conferma nella più recente sentenza della Corte di Cassazione del 2013 che ha considerato pienamente integrato il reato di accesso abusivo al sistema informatico, la condotta del pubblico dipendente, impiegato della Agenzia delle entrate, che effettui interrogazioni sul sistema centrale dell’anagrafe tributaria sulla posizione di contribuenti non rientranti, in ragione del loro domicilio fiscale, nella competenza del proprio ufficio (Cass. pen. Sez. V, 24/04/2013, n. 22024 (rv. 255387)

 

Per quanto riguarda il luogo di consumazione del delitto, esso non deve essere considerato nel luogo fisico in cui vengono inseriti i dati idonei ad entrare nel sistema, bensì in quello dove materialmente è collocato il server che elabora e controlla le credenziali di autenticazione del cliente.

Sul punto la Corte di Cassazione ha chiarito che “nel momento in cui l’utente dà l’invio all’esito alla digitazione delle credenziali, non fa cessare la propria condotta, ma la fa strumentalmente proseguire, ancorché smaterializzata, sino alla verifica all’ingresso delle misure di sicurezza logiche presenti sul server web, essendo queste che manifestano lo jus excludendi del dominus loci.”

Ed invero la Corte ha evidenziato che il server web violato “conserva sempre le informazioni dell’accesso o della permanenza del client, mantenendo la traccia sul proprio file log di tutte le attività compiute a partire dall’accesso sino alla sua uscita dal sistema; tra queste vi è il numero IP del client, la sua login, la data dell’accesso e le pagine visitate”. Per concludere la Corte di Cassazione ha sottolineato che tale aspetto “non è incompatibile con il concetto di collocazione spazio- temporale della condotta che caratterizza e si pone a fondamento della competenza per territorio. Invero, il progresso tecnologico ha determinato l’insorgere di nuovi luoghi di espressione della personalità dell’individuo tra cui vi è senz’altro il sistema informatico all’interno del quale il soggetto conserva dati personali la cui diffusione ha diritto ad impedire e a controllare l’utilizzo dei dati inseriti in banche dati” (Cass. pen. Sez. I, 27/05/2013, n. 40303 (rv. 257252)

Possono le intercettazioni telefoniche violare il diritto alla privacy?

E’ di questi giorni la notizia, che ha fatto il giro del mondo, sul primo telefonino presentato a Barcellona , “anti- intercettazione” si chiama Blackphone: “È giunto il momento per la telefonia sicura”, così l’annuncio di Phil Zimmermann, il quale si è schierato apertamente sulla tutela della privacy contro gli attacchi esterni.

 Ma la domanda che ogni cittadino si pone è proprio questa, possono le intercettazioni telefoniche violare il diritto alla privacy?

Sulla questione si è pronunciata, la Corte di Strasburgo, che in una recentissima sentenza ha accolto la domanda di un ricorrente Romeno, amm.re di una società autoctona, incriminato dall’Autorità nazionale anticorruzione per aver causato un danno all’Erario per aver posto in essere atti di corruzione. L’uomo era stato condannato alla pena di un anno di reclusione, avendo i giudici rumeni ritenuto che le accuse erano state corroborate, in particolare, dalla prova costituita dalle intercettazioni telefoniche. Il ricorrente, rivoltosi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, invocando principalmente l’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), aveva sostenuto, in particolare, che le intercettazioni telefoniche avevano rappresentato un’ingerenza nel diritto al rispetto della sua vita privata. E la Corte di Strasburgo gli ha dato ragione.

La Corte di Strasburgo, all”unanimità, ha accolto il ricorso, giungendo a ritenere violato il diritto alla privacy sulla scorta di alcune considerazioni di cui si riportano i più significativi passaggi motivazionali. Ricorda la Corte che le conversazioni telefoniche rientrano nelle nozioni di “vita privata” e “corrispondenza”, richiamate dall’art. 8 comma 1; l’intercettazione, la memorizzazione dei dati relativi e il loro potenziale utilizzo in un procedimento penale e nei confronti del ricorrente costituiscono una “ingerenza di una autorità pubblica” con l’esercizio del diritto alla riservatezza, come garantito dall’art. 8 (v., tra gli altri, aso Drakšas c. Lituania, n. 36662/04 del 31 luglio 2012). Allo stesso modo, la registrazione delle conversazioni del ricorrente da parte delle autorità costituiva una interferenza con l’esercizio del diritto garantito dall’art. 8 (v., caso Vetter c. Francia, n. 59842/00, del 31 maggio 2005).

LA DECISIONE DELLA CORTE DI STRASBURGO

Nel caso in esame, le registrazioni “incriminate” erano state effettuate sulla linea telefonica di una terza persona (v.,caso Lambert c. Francia, 24 agosto 1998; caso Uzun c. Germania, n. 35623/05 e caso Valentino Acatrineic. Romania, n. 18540/04 del 25 giugno 2013). La Corte ricorda che tale interferenza è conforme al paragrafo 2 dell’art.8 della Convenzione solo se è prevista dalla legge. L’espressione “prevista dalla legge”, non solo deve essere tale rispetto al diritto interno, ma deve anche essere compatibile con i principi di un Stato di diritto (v., caso Khan c. Regno Unito, n° 35394/97). Nel quadro del controllo “segreto” da parte delle autorità pubbliche, la legislazione nazionale deve fornire protezione contro interferenze arbitrarie nell’esercizio di un diritto individuale tutelato dall’art. 8. In questo caso, la Corte ha osservato come le parti concordassero sul fatto che la base giuridica per l’interferenza era formata dagli articoli 911-914 del CPC e dall’articolo 16 §§ 1, b), e 3 del GEO n. 43/2002. La Corte, sul punto, ha ricordato di aver già esaminato gli elementi del codice di procedura penale rumeno (PPC) riferibili alle intercettazioni di conversazioni telefoniche in Romania prima della modifica del codice operata con la L. n. 281 del 2003, essendosi pronunciata in precedenza nel senso che l’attento esame della previgente legislazione rivelava carenze incompatibili con il livello minimo di protezione richiesto dalla norma dell’art. 8 della Convenzione e.d.u. in una società democratica (v., caso Calmanovici c. Romania, n. 42250/02, del 1 luglio 2008). A questo proposito, la Corte ha tenuto conto del fatto che all’epoca del fatto il procuratore competente poteva autorizzare l’intercettazione e la registrazione delle conversazioni telefoniche, solo se vi fossero consistenti elementi di prova della preparazione o commissione di un reato per il quale l’azione penale fosse esercitabile d’ufficio, a condizione che questa misura sia “utile” per la ricerca della verità (art. 911 codice di procedura penale rumeno). Tuttavia, il pubblico ministero non era un’autorità indipendente dal potere esecutivo e la sua decisione non era soggetta a controllo a priori o a posteriori da un giudice (v., caso Calmanovicisupra, § 122-123). Allo stesso modo, la legge non prevede le circostanze in cui le registrazioni possono essere distrutte (v., caso DumitruPopescu c. Romania (n. 2), n° 71525/01, del 26 aprile 2007). Di conseguenza, la Corte ha ritenuto che, al momento in cui avvennero i fatti, la legge che disciplinava l’autorizzazione delle intercettazioni non contenesse sufficienti garanzie per soddisfare i requisiti di cui all’art. 8 della Convenzione. La Corte ha rilevato che le modifiche alla disciplina in materia prevista dal codice di procedura penale rumeno ad opera della L. n. 281 del 2003 sono entrate in vigore il 1° gennaio 2004, mentre il procedimento penale nei confronti del ricorrente era pendente in primo grado. Queste modifiche del quadro normativo includono una serie di garanzie per l’intercettazione e la trascrizione delle comunicazioni, la conservazione dei dati rilevanti e la distruzione di quelli irrilevanti (v., caso DumitruPopescu, citata, §§ 45-46 e 82).

La Corte ha constatato che, in questo caso, il controllo esercitato dai giudici nazionali in merito alla legittimità delle conversazioni e delle registrazioni aveva avuto luogo nel corso del procedimento penale contro il ricorrente circa un anno dopo l’effettuazione delle operazioni. Inoltre, a parte l’esistenza di “prove convincenti”, nessuna ulteriore condizione era stata valutata dai giudici rumeni, perché la legge che disciplinava la materia delle intercettazioni non forniva all’epoca altri elementi, come la definizione delle categorie di soggetti che possono essere ascoltati o della natura giurisdizionale dei reati che possono giustificare le intercettazioni o fissare un limite alla durata dell’esecuzione della misura (v., caso ValenzuelaContreras c. Spagna, 30 luglio 1998). Infatti, come mostrano le registrazioni, solo se la procedura viene svolta sotto il loro controllo, i giudici possono verificare se sono state soddisfatte le condizioni richieste dalla normativa applicabile al momento dell’autorizzazione delle intercettazioni. In tal modo, i giudici non hanno ritenuto necessario verificare l’esistenza in questo caso di altre misure di tutela della privacy del ricorrente nella L. n. 281 del 2003 o di quelle richieste dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo in materia. È vero che il ricorrente ha avuto la possibilità di verificare l’esattezza delle trascrizioni, ma il vantaggio è solo uno di quelli previsti dalla giurisprudenza della Corte nel considerare la qualità di una legge (v., caso DumitruPopescu (n. 2), già citato, § 78).

 

 

 

Droga: la Legge Fini-Giovanardi dichiarata incostituzionale

Dopo circa otto anni dalla sua approvazione è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta la ben nota Legge Fini-Giovanardi (Legge 21 febbraio 2006, n. 49, “Conversione in legge, con modificazioni del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, recante misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonché la funzionalità dell’Amministrazione dell’interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi”).

La Fini-Giovanardi era una legge di conversione che abrogava la precedente legge Iervolino-Vassalli ed equiparava di fatto tutte le droghe, sia quelle considerate “leggere” che quelle “pesanti”, riducendo da 4 a 2 le tabelle di riferimento sulle sostanza stupefacenti ed istituendo un impianto sanzionatorio ben più rigido per i trasgressori.

La suddetta norma è stata così posta al vaglio degli ermellini, in particolare era stata sollevata questione di costituzionalità per violazione dell’art. 77 della Costituzione. Tale norma, infatti, era stata inserita, per la sua conversione in legge, in un provvedimento che si occupava di materie assolutamente diverse tra loro e che, come indica anche il titolo della norma, menzionava anche il finanziamento alle Olimpiadi invernali di Torino.

Fin dalla sua approvazione la legge Fini-Giovanardi aveva ricevuto numerose critiche per le gravi conseguenze che determinava nel settore carcerario: l’aumento esponenziale del numero di detenuti, soprattutto piccoli trafficanti e spacciatori, spesso tossicodipendenti, senza agevolare effettivamente il loro recupero nelle comunità. In particolare, si è sostenuto che tale norma avesse, in modo del tutto illogico, ingolfato la giustizia con arresti e processi a semplici tossicodipendenti scambiati per spacciatori.

Con il recente intervento della Corte Costituzionale tutto cambia, questo il comunicato ufficiale visibile sul sito internet della Corte Costituzionale:

Trattamento sanzionatorio in materia di sostanze stupefacenti

La Corte costituzionale, nella odierna Camera di consiglio, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale – per violazione dell’art. 77, secondo comma, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge – degli artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico in materia di stupefacenti)”.

Quali sono ora le conseguenze con la scomparsa della legge Fini-Giovanardi?

Con la dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi tornerà in vigore la “Iervolino-Vassalli”. La predetta legge stabiliva che l’uso personale di droga, sia quella “leggera” che quella “pesante”, costituisse un illecito ma prevedeva sanzioni soprattutto di tipo amministrativo: per la prima volta era previsto un avvertimento del prefetto, a cui seguivano dalla volta successiva altri provvedimenti quali la sospensione della patente o del passaporto, per un massimo di tre mesi. Solamente dopo che venivano emessi per ben due volti tali provvedimenti, entrava in gioco l’Autorità Giudiziaria, con varie sanzioni che arrivavano al massimo a tre mesi di carcere, tale ultima parte della norma fu abolita con il referendum del 1993, che stabiliva anche pene minori per l’uso di droghe leggere come marijuana e hashish. La produzione e lo spaccio erano invece sanzionate con pene diverse ed era prevista anche la reclusione: i periodi variavano sia in base alla distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, sia in base alla quantità, se di lieve entità o più ingente. Tornando alla distinzione tra droghe “leggere” e “pesanti” la stessa veniva effettuata in base ad apposite tabelle pubblicate dal ministero della Salute. Le pene previste per lo spaccio delle droghe leggere erano tra i due e i sei anni di carcere mentre per le droghe pesanti era prevista la reclusione dagli 8 ai 20 anni.

Cosa accadrà ora ai detenuti?

Le motivazioni della Corte Costituzionale dovrebbero essere depositate tra circa un mese ed è solo da tale momento che la Fini-Giovanardi verrà effettivamente annullata.

Si presume che i processi penali in via di conclusione saranno rinviati ad altra udienza, in attesa che vengano depositate le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale.

Per chi si trova al momento in carcere, e sta scontando la pena prevista dalla Fini-Giovanardi, sarà opportuno avviare celermente dei procedimenti legali a loro tutela. Dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza, infatti, sarà finalmente possibile avviare un “incidente di esecuzione” al fine di rideterminare la pena in base alle vecchie norme ora ripristinate.

Secondo le prime stime delle associazioni a tutela dei detenuti, sarebbero più di diecimila, giudicati o in attesa di giudizio, che potrebbero beneficiare del miglior trattamento sanzionatorio previsto dalla precedenti norme.

In conclusione, si evidenzia che tale intervento della Corte Costituzionale rappresenta una vera e propria “manna dal cielo” per il mondo carcerario, questi sono i dati, a dir poco allarmanti, comunicati dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: i detenuti presenti nelle carceri italiane al 31 dicembre 2013 erano 24.273 per reati previsti dalla legge sulla droga, tale numero era di poco superiore a quello registrato nel 2008, ovvero 23.505 reclusi.

Cenni sul reato di rapina

E’ allarme in Italia, negli ultimi due anni, crescono le rapine.
Nel periodo delle festività natalizie è stato un boom di rapine a mano armata a Roma: nel mirino esercizi commerciali in centro e in periferia.
Uno degli ultimi bersagli è stato un lussuoso centro benessere in via degli Avignonesi, in pieno centro.
I rapinatori poco dopo le nove, sono entrati con il passamontagna e dopo aver puntato una pistola contro un addetto alle pulizie hanno svaligiato la cassa: all’interno c’era l’incasso degli ultimi due giorni di lavoro, una cifra ancora da quantificare ma che si aggira intorno ai 2.500 euro.
Ma quando si configura il reato di rapina?
L’art 628 del codice penale al prevede due fattispecie di reato: rapina propria al comma 1, rapina impropria al comma 2.
La rapina è considerata un reato plurioffensivo poiché tutela non solo l’altrui interesse patrimoniale ma anche la libertà personale. Il suo scopo dunque non è solo quello di evitare l’impoverimento altrui ma anche l’arricchimento del soggetto agente che agisce con l’uso di mezzi violenti.
L’ipotesi di rapina di cui al primo comma e quella prevista al secondo comma sono sostanzialmente identiche per quel che concerne gli elementi oggettivi; si differenziano per la fase dell’iter criminis in cui avviene il ricorso al “mezzo” della violenza e di conseguenza per la differente direzione della medesima: nella prima ipotesi, la violenza o la minaccia sono il mezzo diretto e immediato per realizzare la sottrazione e l’impossessamento della cosa mobile altrui; mentre al secondo comma, la violenza ovvero la minaccia è un’azione commissiva che viene commessa successivamente alla sottrazione del bene allo scopo di assicurare a sé e/o ad altri il possesso sulla cosa ovvero l’impunità dal reato .
Inoltre lo stesso articolo 628 c.p. prevede al comma 3 delle circostanze aggravanti c.d. ad effetto speciale:
Qualora la violenza o minaccia sia commessa con l’uso delle armi,
la violenza o la minaccia è commessa da persona travisata;
ulteriore circostanza aggravante è se il fatto sia commesso da più persone riunite.
Il c.d. “pacchetto sicurezza” varato con l. 15 luglio 2009, n. 94 ha introdotto tre ulteriori azioni commessive volte ad aggravare il reato di rapina , al comma 3 dell’art. 628 c.p. vengono inseriti i numeri 3 bis, 3 ter e 4 quater .
Orbene la circostanza prevista al n. 3bis si configura se il fatto sia commesso in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa.
Il n. 3 ter prevede l’aggravamento di pena allorquando il fatto venga commesso all’interno dei mezzi pubblici di trasporto.
Infine la terza aggravante di cui al n. 4 quater riguarda l’ipotesi in cui il fatto sia commesso nei confronti di soggetti che si trovano nell’atto di fruire o che abbia appena fruito di servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti al prelievo di denaro.

Ultime novità in materia di Stalking

Proprio quando il Senato, in materia di stalking,si apprestava alla conversione, del Decreto Legge 14 agosto 2013 n.93 in Legge 15 ottobre del 2013 n.113, due donne sono state vittime di violenza da parte dei propri compagni. Ancora dunque due casi di femminicidio.

Il primo caso, si è verificato a Loano, siamo in provincia di Savona, dove un geometra di 55 anni, Paolo Moisello, spara alla moglie Stefania Maritano, vicesindaco di Borghetto Santo Spirito. La donna è stata uccisa, dal marito per gelosia, con un colpo alla testa, più precisamente sembra alla nuca. Successivamente il marito ha voltato la sua beretta calibro 9 verso di sé e si è ucciso.

Poche ore dopo, si consuma l’ennesima tragedia : nel viterbese un uomo di 65 anni ha ucciso la convivente a coltellate e successivamente ha confessato l’omicidio. La vittima si chiamava Anna Maria Cultrera, uccisa dal compagno Antonio Matuozzo con un coltello da cucina. I due si erano trasferiti da poco nel borgo viterbese, erano entrambi pensionati e avevano deciso di vivere nel tranquillo borgo di Barbarano Romano, Anna Maria non immaginava il triste epilogo .

Ma quali sono le novità introdotte dal Decreto Legge del 14 agosto 2013 n.93 e dalla successiva Legge di conversione del 15 ottobre 2013, n. 119?

ARRESTO OBBLIGATORIO IN FLAGRANZA
L’articolo 612-bis è stato incluso nel novero dei reati di cui all’articolo 380 (Arresto obbligatorio in flagranza) del Codice di procedura penale.

Ai fini dell’arresto in flagranza è sufficiente che la polizia assista ad un singolo segmento della condotta di stalking (lo stalking essendo un reato abituale, è caratterizzato dalla reiterazione nel tempo degli atti persecutori , nella flagranza però basta esser colti nell’atto di commettere anche uno solo di tali atti).

Sempre per effetto della legge di Conversione la pena edittale massima prevista per lo stalking è aumentata da quattro a cinque anni di reclusione; ciò comporta che non potrà più procedersi con citazione diretta a giudizio, ai sensi dell’articolo 550 del Codice di procedura penale, ma dovrà svolgersi l’udienza preliminare sempreché il Pubblico ministero non richieda il giudizio immediato.

Va comunque precisate che nel caso in cui l’indagato si trovasse in stato di custodia cautelare, il giudizio immediato è obbligatorio. Quanto detto si applica per i reati di stalking perfezionatisi successivamente all’entrata in vigore del Decreto Legge del 1 luglio 2013, n.78.

Il reato di stalking si considererà perfezionato al verificarsi di uno degli eventi previsti dall’articolo 612-bis ossia quando, alternativamente, nella vittima si realizza:

-un perdurante e grave stato di ansia o di paura;

-un fondato timore per la propria incolumità;

– un’alterazione delle proprie abitudini di vita.

IRREVOCABILITA’ DELLA QUERELA
Il reato di stalking è punibile su querela della persona offesa, da proporsi non più entro tre mesi ma sei.

Si procederà d’ufficio quando il fatto venga commesso in danno ad un minore, ad un soggetto con disabilità di cui all’art. 3 della Legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché nei casi in cui il fatto venga commesso con altro delitto per il quale si debba procedere d’ufficio.

La querela sarà irrevocabile se lo stalking è stato commesso con minacce reiterate e aggravate. Inoltre è stato anche previsto che la remmissione della querela può essere solo processuale, cioè deve avvenire in udienza, dinanzi al giudice, che potrà così verificare la spontaneità della remissione stessa e l’assenza di eventuali coartazioni sulla vittima.

LE NUOVE AGGRAVANTI
Il reato di stalking risulta essere aggravato quando:

-è commesso dal coniuge, sia in costanza del rapporto matrimoniale che in caso di avvenuta separazione o divorzio. Prima del Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93, l’aggravante sussisteva solo in caso di separazione e divorzio e non quindi se il rapporto matrimoniale era ancora in corso al momento del fatto.

-è commesso da persona che è o sia stata legata alla persona offesa da una relazione affettiva; in tal caso invece la Legge di conversione ha esteso tale aggravante all’ipotesi in cui la relazione affettiva sia ancora in essere al momento del fatto non solo dunque all’ipotesi in cui la relazione affettiva era già cessata.

– è commesso con strumenti informatici o telematici, chiunque sia l’autore.

Bancarotta fraudolenta e documentale . Il Crack Giotto

In questo periodo assistiamo ad una serie infinita di fallimenti, da ultimo in ordine temporale è senza dubbio il crack della famosa catena di Megastore, Giotto, che sino a qualche anno fa era leader negli articoli di elettronica.

Ma che cosa s’intende esattamente Crack, e quali sono le conseguenze ?

Per Crack nel gergo popolare s’intende il fallimento di una società con la conseguente cessazione da ogni attività commerciale.

In breve quando viene dichiarato un fallimento oltre al deposito dei libri contabili presso le sedi commerciali parallelamente la comunicazione di cessata attività viene trasmessa per conoscenza alla procura penale al fine di verificare se sussistano o meno ipotesi di reato conseguenti .

Come avviene spesso, così come è emerso nel caso Giotto,  la segnalazione si può trasformare in una vera e propria iscrizione nelle notizie di reato; viene così  vagliata dagli inquirenti le ipotesi di reato attinenti .

Nel merito della fattispecie Giotto, l’ipotesi è quella della bancarotta fraudolenta e documentale per aver cagionato con dolo il  fallimento della società Mediasonicroma Srl (dichiarato dal Tribunale di Roma il 15 dicembre 2010), proprietaria della nota catena di distribuzione Centro Giotto, specializzata in elettronica di consumo accumulando un debito che si aggira intorno ai 70 milioni di euro .

L’attività d’indagine condotta dalla procura di Roma ha portato allo stato, a 5 arresti domiciliari , e risulta ancora pendente poiché la ricostruzione delle vicende societarie è stata resa oltremodo difficile dall’assenza di libri e di scritture e documenti contabili, sottratti alla procedura fallimentare e soltanto in parte rinvenuta .