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REATI FISCALI : come cambiano. L'avv. Bruno Bonanni Risponde

L’avvocato Bruno Bonanni si addentra in uno degli ambiti legislativi che spesso vengono sottovalutati dalle Pmi. «Invece, bisognerebbe rivolgersi ad avvocati e fiscalisti per tempo, in modo da scegliere correttamente»

Intervista di Remo Monreale(osservatorio giustizia e professioni) :

Gli interventi legislativi che toccano più o meno direttamente il mondo imprenditoriale sono sempre più numerosi. Alcuni trasformano l’ambito in cui sono inseriti, come nel caso dei reati fiscali. A parlarne è l’avvocato Bruno Bonanni, il cui studio legale si trova a Roma, e presta da trentacinque anni attività di assistenza, difesa e consulenza, sia giudiziale che stragiudiziale, in materia penale. «Le fattispecie di reato fiscale più ricorrenti – Dice Bonanni – sono quelle previste nel D.L.vo n. 74/2000, dagli articoli 2 “dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o alti documenti per operazioni inesistenti”, 8 “emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”, 10 bis “omesso versamento di ritenute certificate” e 10 ter “omesso versamento di Iva”. Ora, a mio modo di vedere, la trasformazione più significativa è consistita nella nuova disciplina prevista nell’art. 2 del D.L.vo n. 74/2000, che ha configurato il reato di dichiarazione fraudolenta attraverso l’utilizzo di fatture “false”, in luogo di quello previsto dal previgente art. 4 lett. d) legge 516/82. La norma attuale, infatti punisce la condotta di chi, al fine di evadere l’imposta sui redditi, o sul valore aggiunto, recepisce le fatture “false” nelle dichiarazioni annuali, indicando così elementi passivi fittizi. La norma precedente, invece, prevedeva come reato la mera registrazione del documento da parte di chi lo aveva ricevuto, con la conseguenza che l’illecito poteva essere integrato da un qualsiasi impiego del documento giuridicamente rilevante e strumentale all’evasione fiscale. In termini concreti, con la nuova disciplina, il contribuente che, in un primo momento, si fosse indotto a registrare in contabilità una fattura “falsa”, potrà “ravvedersi”, stornandola e non inserendola come elemento passivo nella dichiarazione annuale».

Purtroppo esistono aspetti in questo campo che spesso vengono ignorati dai più e su cui ci potrebbe essere maggiore prevenzione. «Mentre le aziende di grandi dimensioni – continua l’avvocato Bonanni – sono dotate di strutture (interne ed esterne, che sovente intervengono in sede di Cda) in grado di assicurare una consulenza preventiva all’imprenditore, quelle di media e soprattutto di piccola dimensione, non contemplano questo importantissimo aspetto. Mi rifaccio all’esempio americano, nel quale i professionisti (avvocati e fiscalisti) intervengono preventivamente, consigliando all’imprenditore le modalità per realizzare scelte corrette sia sotto il profilo aziendale, sia contabile e fiscale».

Dida: L’avvocato Bruno Bonanni dello studio legale Bonanni, con sede a Roma
www.studiolegalebonanni.net

REATO DI CALUNNIA: SPUNTI PROBLEMATICI

E’ di qualche giorno fa la notizia riportata dall’(ANSA) “ PARMA, 14 MAG – Nuova condanna per Mario Alessi, il manovale siciliano che sconta l’ergastolo per il rapimento e l’uccisione del piccolo Tommaso Onofri: 4 anni di reclusione per calunnia. Alessi, al processo per l’omicidio del piccolo, aveva accusato Giancarlo Conserva e Cosima Faggiano, fratello e madre di Antonella Conserva (compagna di Alessi e coinvolta nella vicenda del piccolo), di essere a conoscenza del rapimento, anzi di esserne stati protagonisti. Secondo il giudice accuse assolutamente infondate

 La calunnia è il reato previsto dall’articolo 368 del codice penale, ai sensi del quale:

chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni.

La pena è aumentata se s’incolpa taluno di un reato del quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un’altra pena più grave.

La reclusione è da quattro a dodici anni se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a cinque anni, è da sei a venti anni, se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo.

 Da questa breve notizia si desume che il delitto di calunnia si configura come reato di pericolo e, quindi, è sufficiente, per la sua integrazione, la possibilità che l’autorità giudiziaria dia inizio al procedimento per accertare il reato incolpato con danno per il normale funzionamento della giustizia.

Si fa spesso molta confusione con altre ipotesi di reato inquadrabili nel Titolo XII dei delitti contro la persona, meno gravi del reato di cui ci occupiamo, l’ingiuria ovvero la diffamazione che si configura allorquando taluno subisca un’offesa al proprio onore e/o al suo decoro a seconda che l’offesa venga comunicata esclusivamente al diretto interessato o a più persone.

 Il reato di cui all’art. 368 c.p. è rubricato come delitto contro l’amministrazione della giustizia , ed a ben vedere risulta collocata nella medesima, posto che in questa ipotesi non solo il soggetto attivo dichiara falsamente che taluno abbia commesso un reato, più o meno grave, bensì con tale condotta “mette in moto” il funzionamento della giustizia; tant’é vero che si fa riferimento ad un reato c.d. Plurioffensivo: il pericolo dell’offesa all’onore e della privazione della libertà dell’incolpato, nonché il corretto funzionamento della giustizia che con tale condotta viene ad essere turbata.

Per la sussistenza del delitto di calunnia è necessaria la dimostrazione che l’imputato abbia acquisito la certezza dell’innocenza dell’incolpato. Di conseguenza, non può essere addebitato tale delitto allorché sussistano elementi tali da far sorgere, nell’animo del denunciante, anche soltanto ragionevoli dubbi in ordine alla colpevolezza di colui nei cui confronti la denuncia è diretta.

Occorre inoltre il dolo, consistendo nella consapevolezza d’incolpare di un reato taluno che si sa innocente, postula la certezza in chi incolpa dell’innocenza dell’accusato. Il dubbio dell’accusatore esclude tale certezza facendo venir meno il dolo proprio del reato, sicché la formula assolutoria deve essere quella piena. Ma quando le risultanze processuali non consentano di stabilire quale possa essere stato l’intimo convincimento dell’imputato , se cioè egli fosse certo dell’innocenza dell’incolpato oppure dubitasse in buona fede della sua colpevolezza, incidendo, in tal caso, il dubbio sull’elemento subiettivo del delitto, la formula assolutoria non può essere quella di insufficienza di prove.

Possono le intercettazioni telefoniche violare il diritto alla privacy?

E’ di questi giorni la notizia, che ha fatto il giro del mondo, sul primo telefonino presentato a Barcellona , “anti- intercettazione” si chiama Blackphone: “È giunto il momento per la telefonia sicura”, così l’annuncio di Phil Zimmermann, il quale si è schierato apertamente sulla tutela della privacy contro gli attacchi esterni.

 Ma la domanda che ogni cittadino si pone è proprio questa, possono le intercettazioni telefoniche violare il diritto alla privacy?

Sulla questione si è pronunciata, la Corte di Strasburgo, che in una recentissima sentenza ha accolto la domanda di un ricorrente Romeno, amm.re di una società autoctona, incriminato dall’Autorità nazionale anticorruzione per aver causato un danno all’Erario per aver posto in essere atti di corruzione. L’uomo era stato condannato alla pena di un anno di reclusione, avendo i giudici rumeni ritenuto che le accuse erano state corroborate, in particolare, dalla prova costituita dalle intercettazioni telefoniche. Il ricorrente, rivoltosi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, invocando principalmente l’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), aveva sostenuto, in particolare, che le intercettazioni telefoniche avevano rappresentato un’ingerenza nel diritto al rispetto della sua vita privata. E la Corte di Strasburgo gli ha dato ragione.

La Corte di Strasburgo, all”unanimità, ha accolto il ricorso, giungendo a ritenere violato il diritto alla privacy sulla scorta di alcune considerazioni di cui si riportano i più significativi passaggi motivazionali. Ricorda la Corte che le conversazioni telefoniche rientrano nelle nozioni di “vita privata” e “corrispondenza”, richiamate dall’art. 8 comma 1; l’intercettazione, la memorizzazione dei dati relativi e il loro potenziale utilizzo in un procedimento penale e nei confronti del ricorrente costituiscono una “ingerenza di una autorità pubblica” con l’esercizio del diritto alla riservatezza, come garantito dall’art. 8 (v., tra gli altri, aso Drakšas c. Lituania, n. 36662/04 del 31 luglio 2012). Allo stesso modo, la registrazione delle conversazioni del ricorrente da parte delle autorità costituiva una interferenza con l’esercizio del diritto garantito dall’art. 8 (v., caso Vetter c. Francia, n. 59842/00, del 31 maggio 2005).

LA DECISIONE DELLA CORTE DI STRASBURGO

Nel caso in esame, le registrazioni “incriminate” erano state effettuate sulla linea telefonica di una terza persona (v.,caso Lambert c. Francia, 24 agosto 1998; caso Uzun c. Germania, n. 35623/05 e caso Valentino Acatrineic. Romania, n. 18540/04 del 25 giugno 2013). La Corte ricorda che tale interferenza è conforme al paragrafo 2 dell’art.8 della Convenzione solo se è prevista dalla legge. L’espressione “prevista dalla legge”, non solo deve essere tale rispetto al diritto interno, ma deve anche essere compatibile con i principi di un Stato di diritto (v., caso Khan c. Regno Unito, n° 35394/97). Nel quadro del controllo “segreto” da parte delle autorità pubbliche, la legislazione nazionale deve fornire protezione contro interferenze arbitrarie nell’esercizio di un diritto individuale tutelato dall’art. 8. In questo caso, la Corte ha osservato come le parti concordassero sul fatto che la base giuridica per l’interferenza era formata dagli articoli 911-914 del CPC e dall’articolo 16 §§ 1, b), e 3 del GEO n. 43/2002. La Corte, sul punto, ha ricordato di aver già esaminato gli elementi del codice di procedura penale rumeno (PPC) riferibili alle intercettazioni di conversazioni telefoniche in Romania prima della modifica del codice operata con la L. n. 281 del 2003, essendosi pronunciata in precedenza nel senso che l’attento esame della previgente legislazione rivelava carenze incompatibili con il livello minimo di protezione richiesto dalla norma dell’art. 8 della Convenzione e.d.u. in una società democratica (v., caso Calmanovici c. Romania, n. 42250/02, del 1 luglio 2008). A questo proposito, la Corte ha tenuto conto del fatto che all’epoca del fatto il procuratore competente poteva autorizzare l’intercettazione e la registrazione delle conversazioni telefoniche, solo se vi fossero consistenti elementi di prova della preparazione o commissione di un reato per il quale l’azione penale fosse esercitabile d’ufficio, a condizione che questa misura sia “utile” per la ricerca della verità (art. 911 codice di procedura penale rumeno). Tuttavia, il pubblico ministero non era un’autorità indipendente dal potere esecutivo e la sua decisione non era soggetta a controllo a priori o a posteriori da un giudice (v., caso Calmanovicisupra, § 122-123). Allo stesso modo, la legge non prevede le circostanze in cui le registrazioni possono essere distrutte (v., caso DumitruPopescu c. Romania (n. 2), n° 71525/01, del 26 aprile 2007). Di conseguenza, la Corte ha ritenuto che, al momento in cui avvennero i fatti, la legge che disciplinava l’autorizzazione delle intercettazioni non contenesse sufficienti garanzie per soddisfare i requisiti di cui all’art. 8 della Convenzione. La Corte ha rilevato che le modifiche alla disciplina in materia prevista dal codice di procedura penale rumeno ad opera della L. n. 281 del 2003 sono entrate in vigore il 1° gennaio 2004, mentre il procedimento penale nei confronti del ricorrente era pendente in primo grado. Queste modifiche del quadro normativo includono una serie di garanzie per l’intercettazione e la trascrizione delle comunicazioni, la conservazione dei dati rilevanti e la distruzione di quelli irrilevanti (v., caso DumitruPopescu, citata, §§ 45-46 e 82).

La Corte ha constatato che, in questo caso, il controllo esercitato dai giudici nazionali in merito alla legittimità delle conversazioni e delle registrazioni aveva avuto luogo nel corso del procedimento penale contro il ricorrente circa un anno dopo l’effettuazione delle operazioni. Inoltre, a parte l’esistenza di “prove convincenti”, nessuna ulteriore condizione era stata valutata dai giudici rumeni, perché la legge che disciplinava la materia delle intercettazioni non forniva all’epoca altri elementi, come la definizione delle categorie di soggetti che possono essere ascoltati o della natura giurisdizionale dei reati che possono giustificare le intercettazioni o fissare un limite alla durata dell’esecuzione della misura (v., caso ValenzuelaContreras c. Spagna, 30 luglio 1998). Infatti, come mostrano le registrazioni, solo se la procedura viene svolta sotto il loro controllo, i giudici possono verificare se sono state soddisfatte le condizioni richieste dalla normativa applicabile al momento dell’autorizzazione delle intercettazioni. In tal modo, i giudici non hanno ritenuto necessario verificare l’esistenza in questo caso di altre misure di tutela della privacy del ricorrente nella L. n. 281 del 2003 o di quelle richieste dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo in materia. È vero che il ricorrente ha avuto la possibilità di verificare l’esattezza delle trascrizioni, ma il vantaggio è solo uno di quelli previsti dalla giurisprudenza della Corte nel considerare la qualità di una legge (v., caso DumitruPopescu (n. 2), già citato, § 78).

 

 

 

Droga: la Legge Fini-Giovanardi dichiarata incostituzionale

Dopo circa otto anni dalla sua approvazione è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta la ben nota Legge Fini-Giovanardi (Legge 21 febbraio 2006, n. 49, “Conversione in legge, con modificazioni del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, recante misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonché la funzionalità dell’Amministrazione dell’interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi”).

La Fini-Giovanardi era una legge di conversione che abrogava la precedente legge Iervolino-Vassalli ed equiparava di fatto tutte le droghe, sia quelle considerate “leggere” che quelle “pesanti”, riducendo da 4 a 2 le tabelle di riferimento sulle sostanza stupefacenti ed istituendo un impianto sanzionatorio ben più rigido per i trasgressori.

La suddetta norma è stata così posta al vaglio degli ermellini, in particolare era stata sollevata questione di costituzionalità per violazione dell’art. 77 della Costituzione. Tale norma, infatti, era stata inserita, per la sua conversione in legge, in un provvedimento che si occupava di materie assolutamente diverse tra loro e che, come indica anche il titolo della norma, menzionava anche il finanziamento alle Olimpiadi invernali di Torino.

Fin dalla sua approvazione la legge Fini-Giovanardi aveva ricevuto numerose critiche per le gravi conseguenze che determinava nel settore carcerario: l’aumento esponenziale del numero di detenuti, soprattutto piccoli trafficanti e spacciatori, spesso tossicodipendenti, senza agevolare effettivamente il loro recupero nelle comunità. In particolare, si è sostenuto che tale norma avesse, in modo del tutto illogico, ingolfato la giustizia con arresti e processi a semplici tossicodipendenti scambiati per spacciatori.

Con il recente intervento della Corte Costituzionale tutto cambia, questo il comunicato ufficiale visibile sul sito internet della Corte Costituzionale:

Trattamento sanzionatorio in materia di sostanze stupefacenti

La Corte costituzionale, nella odierna Camera di consiglio, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale – per violazione dell’art. 77, secondo comma, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge – degli artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico in materia di stupefacenti)”.

Quali sono ora le conseguenze con la scomparsa della legge Fini-Giovanardi?

Con la dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi tornerà in vigore la “Iervolino-Vassalli”. La predetta legge stabiliva che l’uso personale di droga, sia quella “leggera” che quella “pesante”, costituisse un illecito ma prevedeva sanzioni soprattutto di tipo amministrativo: per la prima volta era previsto un avvertimento del prefetto, a cui seguivano dalla volta successiva altri provvedimenti quali la sospensione della patente o del passaporto, per un massimo di tre mesi. Solamente dopo che venivano emessi per ben due volti tali provvedimenti, entrava in gioco l’Autorità Giudiziaria, con varie sanzioni che arrivavano al massimo a tre mesi di carcere, tale ultima parte della norma fu abolita con il referendum del 1993, che stabiliva anche pene minori per l’uso di droghe leggere come marijuana e hashish. La produzione e lo spaccio erano invece sanzionate con pene diverse ed era prevista anche la reclusione: i periodi variavano sia in base alla distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, sia in base alla quantità, se di lieve entità o più ingente. Tornando alla distinzione tra droghe “leggere” e “pesanti” la stessa veniva effettuata in base ad apposite tabelle pubblicate dal ministero della Salute. Le pene previste per lo spaccio delle droghe leggere erano tra i due e i sei anni di carcere mentre per le droghe pesanti era prevista la reclusione dagli 8 ai 20 anni.

Cosa accadrà ora ai detenuti?

Le motivazioni della Corte Costituzionale dovrebbero essere depositate tra circa un mese ed è solo da tale momento che la Fini-Giovanardi verrà effettivamente annullata.

Si presume che i processi penali in via di conclusione saranno rinviati ad altra udienza, in attesa che vengano depositate le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale.

Per chi si trova al momento in carcere, e sta scontando la pena prevista dalla Fini-Giovanardi, sarà opportuno avviare celermente dei procedimenti legali a loro tutela. Dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza, infatti, sarà finalmente possibile avviare un “incidente di esecuzione” al fine di rideterminare la pena in base alle vecchie norme ora ripristinate.

Secondo le prime stime delle associazioni a tutela dei detenuti, sarebbero più di diecimila, giudicati o in attesa di giudizio, che potrebbero beneficiare del miglior trattamento sanzionatorio previsto dalla precedenti norme.

In conclusione, si evidenzia che tale intervento della Corte Costituzionale rappresenta una vera e propria “manna dal cielo” per il mondo carcerario, questi sono i dati, a dir poco allarmanti, comunicati dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: i detenuti presenti nelle carceri italiane al 31 dicembre 2013 erano 24.273 per reati previsti dalla legge sulla droga, tale numero era di poco superiore a quello registrato nel 2008, ovvero 23.505 reclusi.

D.L. Svuota Carceri: Le misure in tema di spaccio e affidamento in prova e le modifiche all'ordinamento penitenziario

Riprendiamo l’esame delle novità introdotte dal D.L. n. 146 del 2013 (il c.d. “Svuota carceri”)

Le misure dirette a contrastare il sovraffollamento in carcere: cambia il “piccolo spaccio”

Per quanto attiene agli interventi tesi a ridurre l’accesso al carcere, si rende ipotesi autonoma di reato, punita con una pena più lieve (ovvero con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 3.000 a 26.000 euro), la fattispecie circostanziale prevista dal comma 5 dell’art.73, D.P.R. n. 309 del 1990 e riferita alle condotte illecite in materia di sostanze stupefacenti o psicotrope, in modo da sottrarla al giudizio di comparazione fra circostanze.

Con la modifica di cui al d.l. appena approvato, invece, il giudizio di comparazione avrà riguardo ad una nuova cornice edittale (da uno a cinque anni di reclusione e da 3.000 a 26.000 euro di multa) e produrrà, generalmente, una significativa riduzione delle pene che verranno in concreto irrogate. Deve, peraltro, essere evidenziato che la riformulazione normativa non impedirà l’arresto in flagranza e l’applicazione di misure cautelari.

Sul piano della tecnica normativa si sottolinea come le modalità di tipizzazione del fatto corrispondano a quelle usate all’art. 74, comma 6 dello stesso Testo unico, la cui fattispecie, secondo le Sezioni unite della Corte di cassazione, configura un’ipotesi delittuosa autonoma rispetto a quella ordinaria di cui al comma 1 dello stesso articolo (si veda la Sent. n. 34475 del 2011).

Come cambia l’art. 73 del T.U. Stupefacenti

  Art. 73

Produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope

Omissis

5. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da uno a cinque anni e della multa da euro 3.000 a euro 26.000.

Omissis

  Le modifiche in tema di “affidamento in prova” in casi particolari

Con riferimento ai condannati tossicodipendenti ed alcoldipendenti, si elimina il divieto di reiterata concessione della misura dell’affidamento c.d. terapeutico prevista dall’art. 94, comma 5, D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309; divieto che appare non appropriato in ragione delle peculiarità della condizione di tali soggetti che, sulla base dei dati di esperienza, sono esposti al rischio di ricadute nell’abuso di sostanze e, conseguentemente, nel reato. Nei loro confronti, pertanto, è apparso più opportuno non escludere del tutto la possibilità di ulteriori accessi a misure di recupero extra carcerarie dalla forte valenza sul piano socio-sanitario, affidandone la realizzazione all’attenta valutazione del caso concreto da parte del giudice.

Le modifiche all’ordinamento penitenziario (L. 26 luglio 1975, n. 354) e le misure indirette per il rafforzamento del controllo dei condannati ammessi agli arresti domiciliari

Accanto alla richiamata modifica dell’art. 94, D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, in tema di affidamento terapeutico, si eleva a quattro anni di detenzione il limite di pena, anche residua, per la concessione della misura dell’affidamento in prova c.d. ordinario, in tutti i casi in cui il condannato acceda alla misura dopo che sia stato possibile valutare, positivamente, la condotta tenuta quantomeno nell’anno precedente alla decisione della magistratura di sorveglianza, indipendentemente dal fatto che tale periodo sia decorso in espiazione di una pena detentiva, in misura cautelare ovvero in libertà.

Tale soluzione appare conforme alla giurisprudenza della Corte costituzionale che, con la sentenza n. 569 del 1989, dichiarò l’illegittimità dell’art.47, comma 3, dell’ordinamento penitenziario, nella parte in cui esso non prevedeva che, anche indipendentemente dalla detenzione per espiazione di pena o per custodia cautelare, il condannato potesse essere ammesso all’affidamento in prova al servizio sociale, qualora, in presenza delle altre condizioni, avesse comunque serbato un comportamento tale da consentire il giudizio di cui al precedente comma 2 dello stesso articolo.

Al fine di incentivare il ricorso all’affidamento in prova c.d. ordinario, si prevede inoltre l’attribuzione, al magistrato di sorveglianza, della potestà di applicazione in via d’urgenza, analogamente a quanto oggi previsto per l’affidamento c.d. terapeutico, la semilibertà e la detenzione domiciliare. Alla decisione provvisoria del magistrato dovrà ovviamente fare seguito la decisione definitiva del tribunale di sorveglianza.

l’affidamento in prova (art. 47 Ordinamento Penitenziario )

 

Testo della nuova formulazione

Art. 47 – Affidamento in prova al servizio

identico

identico

3-bis. L’affidamento in prova può, altresì, essere concesso al condannato che deve espiare una pena, anche residua, non superiore a quattro anni di detenzione, quando abbia serbato, quantomeno nell’anno precedente alla presentazione della richiesta, trascorso in espiazione di pena, in esecuzione di una misura cautelare ovvero in libertà, un comportamento tale da consentire il giudizio di cui al comma 2.

4. L’istanza di affidamento in prova al servizio sociale è proposta, dopo che ha avuto inizio l’esecuzione della pena, al tribunale di sorveglianza competente in relazione al luogo dell’esecuzione. Quando sussiste un grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione, l’istanza può essere proposta al magistrato di sorveglianza competente in relazione al luogo di detenzione. Il magistrato di sorveglianza, quando sono offerte concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti per l’ammissione all’affidamento in prova e al grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione e non vi sia pericolo di fuga,dispone la liberazione del condannato e l’applicazione provvisoria dell’affidamento in prova con ordinanza. L’ordinanza conserva efficacia fino alla decisione del tribunale di sorveglianza, cui il magistrato trasmette immediatamente gli atti, che decide entro sessanta giorni.

Omissis

 

D.L. Svuota Carceri : esecuzione della pena

Le novità in tema di esecuzione della pena presso il domicilio e la liberazione anticipata.

Il D.L. n. 146 del 2013 (il c.d. “Svuota-Carceri”), viene introdotto con lo scopo di alleggerire la situazione deficitaria delle carcerari italiane: in questo contesto sono state introdotte diverse novità in tema di esecuzione domiciliare della pena, attraverso l’utilizzo del “braccialetto elettronico”, e in tema di liberazione anticipata, prevedendone un’ipotesi speciale.Tratto dal commento di Alessio Scarcella – Consigliere della Corte Suprema di Cassazione

Si ridiscute dell’introduzione del “braccialetto elettronico” al fine di ampliare l’applicazione degli arresti domiciliari nonché della detenzione domiciliare .

Le particolari procedure di controllo, tramite strumenti elettronici, dovranno essere disposte salvo che il giudice, in base ad una valutazione del caso concreto, ne escluda la necessità.

L’intervento normativo implica che si abbia una maggiore disponibilità di apparecchi elettronici, il cui uso in alcuni casi potrà sostituire le verifiche, necessariamente occasionali, ad opera dell’autorità di polizia.

Cosa cambia dell’art. 275-bis – Particolari modalità di controllo:
1. Nel disporre la misura degli arresti domiciliari anche in sostituzione della custodia cautelare in carcere, il giudice, salvo che le ritenga non necessarie salvo che le ritenga non necessarie in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto, prescrive procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici, quando ne abbia accertato la disponibilità da parte della polizia giudiziaria.

La liberazione anticipata “speciale”

Con riferimento alle misure destinate ad incidere sui flussi in uscita dal circuito carcerario, si aumenta da 45 a 75 giorni la riduzione di pena concedibile con il beneficio della liberazione anticipata, previsto dall’art. 54, L. 26 luglio 1975, n. 354, circoscrivendo, tuttavia, l’efficacia temporale di tale intervento emergenziale ai due anni successivi all’entrata in vigore del decreto.
Nell’arco complessivo di efficacia della norma che ha natura temporanea – giustificata dall’esigenza di un intervento di riduzione ragionata della popolazione carceraria imposta dalle decisioni della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo – la liberazione sarà attuata per scaglioni distanziati nel tempo.
Non è da trascurare che, sia pure in parte, la modifica si atteggia a rimedio compensativo, secondo le indicazioni della Corte europea di Strasburgo, della violazione dei diritti dei detenuti in conseguenza della situazione di sovraffollamento carcerario e, più in generale, del trattamento inumano e degradante a cui, per carenze strutturali, possono esseri trovati a subire.

“liberazioni anticipate” (ordinaria e speciale)

Art. 54.(Liberazione anticipata speciale)

1. Per un periodo di due anni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, la detrazione di pena concessa con la liberazione anticipata prevista dall’articolo 54 della legge 26 luglio 1975, n. 354 è pari a settantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata.

2. Ai condannati che, a decorrere dall’1 gennaio 2010, abbiano già usufruito della liberazione anticipata, è riconosciuta per ogni singolo semestre la maggiore detrazione di trenta giorni, sempre che nel corso dell’esecuzione successivamente alla concessione del beneficio abbiano continuato a dare prova di partecipazione all’opera di rieducazione.

3. La detrazione prevista dal comma precedente si applica anche ai semestri di pena in corso di espiazione alla data dell’1 gennaio 2010.

4. Ai condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975,n. 354 la liberazione anticipata può essere concessa nella misura di settantacinque giorni, a norma dei commi precedenti, soltanto nel caso in cui abbiano dato prova, nel periodo di detenzione, di un concreto recupero sociale, desumibile da comportamenti rivelatori del positivo evolversi della personalità.

5. Le disposizioni di cui ai commi precedenti non si applicano ai condannati ammessi all’affidamento in prova e alla detenzione domiciliare, relativamente ai periodi trascorsi, in tutto o in parte, in esecuzione di tali misure alternative.

Le novità in tema di esecuzione della pena presso il domicilio (L. 26 novembre 2010, n. 199) Allo scopo di deflazionare ulteriormente la situazione carceraria, si è inteso stabilizzare l’istituto dell’esecuzione della pena presso il domicilio (introdotto con la L. 26 novembre 2010, n. 199), il cui termine di vigenza era stato fissato al 31 dicembre 2013. Tale istituto in questi ultimi anni ha sortito efficaci effetti sul piano del contrasto al fenomeno del sovraffollamento, consentendo, al 30 settembre 2013, la scarcerazione di 12.109 detenuti.

l’esecuzione della pena presso il domicilio

Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi.

1. La pena detentiva non superiore a dodici mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena, è eseguita presso l’abitazione del condannato o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza, di seguito denominato «domicilio».
(omissis)

Guida sotto l'effetto di sostanze stupefacenti

Il reato di guida in stato di alterazione psico-fisica determinato dall’assunzione di sostanze stupefacenti è previsto dall’art. 187 del Codice della Strada. Tale articolo, al primo comma, prevede pene piuttosto severe: “Chiunque guida in stato di alterazione psico-fisica dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope è punito con l’ammenda da euro 1.500 a euro 6.000 e l’arresto da sei mesi ad un anno. All’accertamento del reato consegue in ogni caso la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a due anni. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente è raddoppiata. Per i conducenti di cui al comma 1 dell’articolo 186-bis, le sanzioni di cui al primo e al secondo periodo del presente comma sono aumentate da un terzo alla metà. Si applicano le disposizioni del comma 4 dell’articolo 186-bis. La patente di guida è sempre revocata, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI, quando il reato è commesso da uno dei conducenti di cui alla lettera d) del citato comma 1 dell’articolo 186-bis, ovvero in caso di recidiva nel triennio. Con la sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena a richiesta delle parti, anche se è stata applicata la sospensione condizionale della pena, è sempre disposta la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato, salvo che il veicolo stesso appartenga a persona estranea al reato. Ai fini del sequestro si applicano le disposizioni di cui all’articolo 224-ter”.
Le suddette pene vengono altresì raddoppiate nel caso in cui l’autore provochi un incidente stradale e, stante la particolare gravità dell’evento, la patente di guida viene sempre revocata.
Va rilevato che, per l’accertamento di questo particolare reato, si richiede un esame su campioni di liquidi biologici al fine di verificare la presenza di sostanze stupefacenti, le quali causano evidentemente uno stato di alterazione nel soggetto.
Secondo un precedente orientamento della Corte di Cassazione, ai fini della configurabilità della contravvenzione di guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti, era necessario che lo stato di alterazione del conducente dell’auto venisse accertato nei modi previsti dal secondo comma dello stesso articolo, ovvero attraverso un esame tecnico su campioni di liquidi biologici, escludendo categoricamente la rilevanza dei soli elementi sintomatici esterni (Cass. penale, Sez. IV, n. 14803/2006, Rv. 234032).
Nella più recente sentenza della Suprema Corte (Cassazione penale, sez. IV, sentenza 18.01.2013 n. 2762), la stessa non ha ritenuto indispensabile l’espletamento di una specifica analisi medica per affermare la sussistenza della possibile alterazione, ben potendo il giudice desumerla dagli accertamenti biologici, unitamente alle deposizioni raccolte e dal contesto in cui il fatto si è verificato.
La Suprema Corte, pertanto, ha ritenuto pienamente sufficiente, ai fini dell’accertamento della colpevolezza dell’imputato, l’avvenuto riscontro del dato probatorio dotato di base scientifica (nel caso in oggetto, costituito dall’accertamento compiuto sulle sole urine) in associazione ai dati sintomatici rilevati al momento del fatto, senza alcuna indispensabilità del compimento di un’analisi su due diversi liquidi biologici dell’imputato.
E’ appena il caso di evidenziare come la Corte di Cassazione abbia ritenuto che “gli elementi sintomatici nella specie valorizzati dalla corte territoriale (consistenti nell’accertata particolare sconsideratezza della condotta di guida, e nel rilevato stato confusionale in cui è stato trovato l’imputato al momento del fatto) sono stati da quest’ultima adeguatamente considerati e valutati sulla base di una motivazione in sè pienamente congrua e logicamente lineare”.
Tale significativa pronuncia è risultata pienamente conforme con le argomentazioni già svolte in passato dalla Corte Costituzionale, la quale, affrontando il tema della legittimità dell’art. 187 C.d.S., ha affermato di trovarsi “in presenza di una fattispecie che risulta integrata dalla concorrenza dei due elementi, l’uno obiettivamente rilevabile dagli agenti di polizia giudiziaria (lo stato di alterazione), e per il quale possono valere indici sintomatici, l’altro, consistente nell’accertamento della presenza, nei liquidi fisiologici del conducente, di tracce di sostanze stupefacenti o psicotrope, a prescindere dalla quantità delle stesse, essendo rilevante non il dato quantitativo, ma gli effetti che l’assunzione di quelle sostanze può provocare in concreto nei singoli soggetti” (Corte Cost., Ord. n. 277/2004)
La recente interpretazione della Corte di Cassazione risulta decisamente più severa rispetto ai precedenti orientamenti, soprattutto nella fase di accertamento del reato di cui all’art. 187 CdS. Ed invero, in precedenti pronunce, la Suprema Corte aveva ritenuto l’esame sulle urine assolutamente inidoneo al fine di dimostrare l’effettivo stato di alterazione da stupefacenti del soggetto postosi alla guida. Tale impostazione veniva argomentata sulla base della comune esperienza medica: le sostanze stupefacenti, quali ad esempio la cannabis, restano in circolazione nel corpo umano anche diversi giorni successivamente alla loro assunzione.
In particolare la Suprema Corte aveva rilevato che “la semplice presenza di tracce di cannabinoidi nelle urine del conducente di un’auto non può rappresentare, da sola, la prova dell’alterazione delle sue condizioni psicofisiche al momento dell’incidente, determinata da un’assunzione di sostanze stupefacenti in epoca tale da influire sul suo equilibrio fisico. Infatti, come è noto, le sostanze stupefacenti possono rimanere nelle urine del soggetto che le ha assunte, anche per alcuni giorni dopo l’assunzione e tale presenza, in sé e per sé considerata, non comporta automaticamente l’alterazione delle condizioni psicofisiche previste dall’art. 187 c. strad.” (Cass. penale, sez. IV, 04/11/2009, n. 48004).

Occorre inoltre segnalare che il reato di guida sotto l’effetto di stupefacenti non sussiste nel caso in cui l’automobilista venga sorpreso, in tale stato di alterazione, all’interno della propria auto in sosta. Sul punto si è recentemente pronunciata la Suprema Corte la quale ha escluso la sussistenza di tale reato laddove risulti carente la prova che il soggetto abbia effettivamente circolato con la propria auto sotto gli effetti psicotropi delle sostanze stupefacenti.
Seppure non è risultata del tutto credibile la tesi sostenuta dalla difesa, ovvero che l’assunzione di droghe plurime sia avvenuta mentre l’autovettura si trovava ferma ed il soggetto non si sia mai posto, successivamente a tale assunzione, alla guida in tale stato. Nonostante i pareri avversi alla tesi difensiva, espressi sia da parte del Gip che della Corte d’Appello, i giudici della Cassazione hanno però considerato tali argomentazioni come sostenibili solamente in qualità di ipotesi, e dunque prive di fondata validità giuridica perché non supportate da elementi di prova oggettivi (Cass. penale, sez. IV, sentenza 12.07.2013 n. 30209). Tale recente pronuncia ha pertanto valorizzato il principio dell’in dubio pro reo, in quanto la Corte ha ritenuto non pienamente formata la prova di reità per l’insufficienza delle prove raccolte.

Cenni sul reato di rapina

E’ allarme in Italia, negli ultimi due anni, crescono le rapine.
Nel periodo delle festività natalizie è stato un boom di rapine a mano armata a Roma: nel mirino esercizi commerciali in centro e in periferia.
Uno degli ultimi bersagli è stato un lussuoso centro benessere in via degli Avignonesi, in pieno centro.
I rapinatori poco dopo le nove, sono entrati con il passamontagna e dopo aver puntato una pistola contro un addetto alle pulizie hanno svaligiato la cassa: all’interno c’era l’incasso degli ultimi due giorni di lavoro, una cifra ancora da quantificare ma che si aggira intorno ai 2.500 euro.
Ma quando si configura il reato di rapina?
L’art 628 del codice penale al prevede due fattispecie di reato: rapina propria al comma 1, rapina impropria al comma 2.
La rapina è considerata un reato plurioffensivo poiché tutela non solo l’altrui interesse patrimoniale ma anche la libertà personale. Il suo scopo dunque non è solo quello di evitare l’impoverimento altrui ma anche l’arricchimento del soggetto agente che agisce con l’uso di mezzi violenti.
L’ipotesi di rapina di cui al primo comma e quella prevista al secondo comma sono sostanzialmente identiche per quel che concerne gli elementi oggettivi; si differenziano per la fase dell’iter criminis in cui avviene il ricorso al “mezzo” della violenza e di conseguenza per la differente direzione della medesima: nella prima ipotesi, la violenza o la minaccia sono il mezzo diretto e immediato per realizzare la sottrazione e l’impossessamento della cosa mobile altrui; mentre al secondo comma, la violenza ovvero la minaccia è un’azione commissiva che viene commessa successivamente alla sottrazione del bene allo scopo di assicurare a sé e/o ad altri il possesso sulla cosa ovvero l’impunità dal reato .
Inoltre lo stesso articolo 628 c.p. prevede al comma 3 delle circostanze aggravanti c.d. ad effetto speciale:
Qualora la violenza o minaccia sia commessa con l’uso delle armi,
la violenza o la minaccia è commessa da persona travisata;
ulteriore circostanza aggravante è se il fatto sia commesso da più persone riunite.
Il c.d. “pacchetto sicurezza” varato con l. 15 luglio 2009, n. 94 ha introdotto tre ulteriori azioni commessive volte ad aggravare il reato di rapina , al comma 3 dell’art. 628 c.p. vengono inseriti i numeri 3 bis, 3 ter e 4 quater .
Orbene la circostanza prevista al n. 3bis si configura se il fatto sia commesso in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa.
Il n. 3 ter prevede l’aggravamento di pena allorquando il fatto venga commesso all’interno dei mezzi pubblici di trasporto.
Infine la terza aggravante di cui al n. 4 quater riguarda l’ipotesi in cui il fatto sia commesso nei confronti di soggetti che si trovano nell’atto di fruire o che abbia appena fruito di servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti al prelievo di denaro.

Brevi cenni sullo spaccio di sostanze stupefacenti

Dati informativi sul consumo di Droga e quanto ammonta il Suo business

La vastità della portata del fenomeno del traffico e del consumo di sostanze stupefacenti ha imposto una disciplina legislativa della materia che nel nostro ordinamento ha avuto alterne vicende. Sono sotto gli occhi di tutti il massiccio uso di sostanze stupefacenti da parte di quote sempre più vaste e diffuse di popolazione , divenute sempre più appetibili grazie alla diffusione di preparazioni sintetiche che ne hanno reso non solo semplice ma anche socialmente gratificante l’assunzione.
Ad offrire un accurata analisi del fenomeno ed un attendibile elenco dei dati è il rapporto annuale del ministero dell’interno :

“L’analisi generale dell’andamento dei consumatori negli ultimi 12 mesi, riferiti alla popolazione generale 15-64 anni, conferma la tendenza alla contrazione del numero di consumatori, già osservata nel 2010 per le sostanze quali eroina, cocaina, allucinogeni, stimolanti e cannabis. Questo il dato generale che emerge dalle indagini campionarie sulla popolazione e dalle analisi delle acque reflue eseguite dal DPA, contenute nell’ultima Relazione al Parlamento 2013 sull’uso di sostanze stupefacenti e tossicodipendenze in Italia, elaborata dal Dipartimento Politiche Antidroga. I dati evidenziano che il 95,04 % della popolazione, tra i 15 e i 64 anni, non ha assunto alcuna sostanza stupefacente negli ultimi 12 mesi. Il confronto del trend dei consumi di stupefacenti negli ultimi 11 anni evidenzia un’iniziale e progressiva contrazione della prevalenza dei consumatori di cannabis caratterizzata da una certa variabilità fino al 2008, da una sostanziale stabilità nel biennio successivo 2010-2012, e una tendenza all’aumento nell’ultimo anno.
La cocaina, dopo un tendenziale aumento che caratterizza il primo periodo sino al 2007, segna una costante e continua contrazione della prevalenza di consumatori sino al 2012, stabilizzandosi nel 2013.
Per l’eroina si osserva un costante e continuo calo del consumo sin dal 2004, anno in cui si è osservata la prevalenza di consumo più elevata nel periodo di riferimento, pur rimanendo a livelli inferiori al 2% degli studenti intervistati. Negli ultimi anni il fenomeno si è stabilizzato. L’indagine 2013 sui soggetti tra i quindici e i diciannove anni ha invece sottolineato un lieve aumento di consumatori di cannabis che hanno dichiarato di aver usato la droga almeno una volta negli ultimi dodici mesi. I consumatori di sostanze stimolanti, invece, seguono l’andamento della cocaina fino al 2011, ma negli ultimi due anni si osserva una lieve tendenza alla ripresa dei consumi soprattutto nel nord.
Per quanto riguarda la prevalenza del consumo di allucinogeni, si osserva un trend in leggero aumento fino al 2008, seguito da una situazione di stabilità nel biennio successivo, con una contrazione dal 2010 al 2012; nell’ultimo anno,  anche se la popolazione che li utilizza è per fortuna ancora poco consistente, si osserva però una lieve tendenza all’aumento del fenomeno.
Inoltre, focalizzando l’attenzione sui giovani, l’indagine 2013 sulla popolazione studentesca (su un campione di 34.385 soggetti di età compresa tra i 15-19 anni) l’indagine ha rilevato le seguenti percentuali di consumatori (una o più volte negli ultimi 12 mesi): cannabis 21.43%, (19,4% nel 2012),cocaina 2,01% (1,86% nel 2012), eroina 0,33% (0,32% nel 2012), stimolanti metamfetamine e/o ecstasy 1,33% (1,12% nel 2012) e allucinogeni 2,08% (1,72% nel 2012).  L’analisi, quindi, indica in particolare un incremento di 2,29 punti percentuale del consumo di cannabis rispetto al 2012.” (cfr . http://www.politicheantidroga.it/progetti-e-ricerca/relazioni-al-parlamento/relazione-annuale-2013/presentazione.aspx)

Lo scopo della incriminazione delle condotte in materia di stupefacenti è costituito dalla tutela della salute pubblica e della sicurezza pubblica cui è funzionale anche il divieto di accumulo: lo scopo immediato e diretto è quello di combattere il fenomeno , e conseguentemente il mercato della droga, limitando la quantità di sostanza che giornalmente il soggetto agente può detenere anche per uso personale senza incorrere in sanzioni penali , con il duplice, effetto di ridurre il pericolo che una parte della sostanza detenuta possa essere venduta o ceduta a terzi, e per altro verso, di ridurre il mercato e di conseguenza da costringere lo spaccio a parcellizzarsi al massimo .

Segue DETENZIONE ILLECITA e “LECITA” (PENALMENTE) DI SOSTANZE STUPEFACENTI:

Al riguardo , non si può non iniziare dal trattare l’argomento dell’ “uso non esclusivamente personale” , introdotto dall’art. 73 d.p.r. del 309/90 al comma 1 bis . La legge in primis e successivamente la giurisprudenza guardava all’uso personale solo e soltanto riferendosi due caratteri sintomatici quali: il quantitativo della droga rinvenuta, soprattutto se superiore ai limiti massimi indicati nelle tabelle ministeriali, nonché alle modalità di presentazione della stessa.
Tali indici nel tempo hanno perso di tassatività, infatti la paradossale inversione dell’onere della prova rimessa alla difesa dell’indagato, è via via scemata, stando infatti, alle recenti evoluzioni giurisprudenziali la tesi accusatoria non essere sorretta da un unico elemento sintomatico quale la detenzione dello stupefacente sebbene sia superiore al quantitativo imposto dalla legge in quanto il nostro ordinamento vieta la c.d. una responsabilità penale oggettiva, resta pertanto sempre a carico del mag. Del P.m. , l’onere di dimostrare il profilo di illegalità della condotta (valutata in concreto) insieme ad altri elementi probatori.
Per quanto concerne i canoni valutativi della condotta non ascrivibile ad un uso non esclusivamente personale a titolo esemplificativo:
Le modalità di presentazione
Confezionamento frazionato in numeri di dosi
Rinvenimento di bilancino elettronico .
Coltellino
Quantitativo di soldi e nominativi di soggetti cessionari rinvenuti in appunti .

Sono indici sintomatici oggettivi che presi nel loro insieme sono incompatibili con una destinazione meramente personale. (così la giurisp. Fra le tante trib. Perugina , 5 ago. 2010)

Ulteriore indice di probabile destinazione a terzi sono risultate essere anche altre circostanze della condotta detentiva quali – ad esempio – il fatto che la sostanza fosse stata rinvenuta occultata addosso all’imputato, quindi di facile ed immediato smercio, o che l’imputato fosse privo di redditi che consentissero comunque di acquistare droga .

Questi elementi paradigmatici, hanno infatti assunto una rilevanza certamente suppletiva, laddove essi in situazioni di assenza di scambio o di cessione, si possono proporre quale prova indiziaria della finalità di spaccio.

Tale onere, per l’accusa diviene ancora più specifico allorquando il soggetto agente invochi e attui concretamente il principio difensivo provando, fornendo cioè spontaneamente elementi a propria discolpa, i quali attestino la finalità personale della condotta, con esclusione di una destinazione in favore di terzi dello stupefacente.
I giudici di merito hanno apprezzato altri strumenti probatori quali le intercettazioni telefoniche nonché le dichiarazioni rese dai testi , le stesse ammissioni del prevenuto che insieme al rinvenimento delle dosi e un conseguente sequestro sono sicuramente elementi probatori volti ad affermare una tesi accusatoria più che solida.

Il sequestro preventivo per equivalente: giurisprudenza 2012

I beni costituenti il fondo patrimoniale possono essere aggrediti dal sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, gravando sui medesimi un mero vincolo di destinazione che non attiene alla titolarità del diritto di proprietà, e quindi, al tema dell’appartenenza del bene a “persona estranea al reato”.

FONTI
Praticanti Diritto, 2013

 

Per adottare la misura del sequestro preventivo per equivalente non è indispensabile che sia

individuato il responsabile del reato stesso; in quanto la misura può colpire anche cose di

proprietà di terzi estranei al reato, purché la loro libera disponibilità possa favorire la

prosecuzione del reato.

Cass. pen. Sez. III, 19/06/2012, n. 33354

 

Cass. pen. Sez. III, 19/06/2012, n. 33354

di terzi estranei – Art. 3, D.Lgs. n. 74/2000 – Art. 322-ter c.p.

Nel sequestro finalizzato alla confisca per equivalente ex articolo 322-ter codice penale, a

differenza del sequestro preventivo di cui all’art. 321, comma 2, codice procedura penale, il

“periculum” coincide con la confiscabilità del bene posto che l’introduzione della misura della

confisca per equivalente vale da sola a escludere la necessità di un vincolo pertinenziale tra la

res e il reato. Di conseguenza, il sequestro – avendo ad oggetto il tantundem solo per valore

equivalente al profitto conseguito dal reo – può colpire anche cose di terzi estranei che non

hanno rapporti con la pericolosità individuale del soggetto e non sono collegate con il singolo

reato, purché la loro disponibilità possa favorire la prosecuzione del reato stesso.

 

Cass. pen. Sez. III, 14/06/2012, n. 25774 (rv. 253062)

Il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, previsto dall’art. 19, comma

secondo, del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, non può essere disposto sui beni immobili

appartenenti alla persona giuridica ove si proceda per le violazioni finanziarie commesse dal

legale rappresentante della società, atteso che gli artt. 24 e ss. del citato D.Lgs. non prevedono

i reati fiscali tra le fattispecie in grado di giustificare l’adozione del provvedimento, con esclusione

dell’ipotesi in cui la struttura aziendale costituisca un apparato fittizio utilizzato dal reo per

commettere gli illeciti. (Rigetta, Trib. Salerno, 14/12/2011)

Nel caso di omesso versamento di ritenute operate e non versate, il sequestro preventivo

finalizzato alla confisca per equivalente sui beni dell’amministratore della società a responsabilità

limitata è legittimo solo quando non è possibile aggredire i beni appartenenti all’impresa che ha

tratto beneficio dal profitto del reato.

Cass. pen. Sez. III, 09/05/2012, n. 38740

 

Cass. pen. Sez. III, 22/03/2012, n. 17465 (rv. 252380)

Il tribunale del riesame deve adeguatamente apprezzare il valore dei beni sequestrati in

rapporto all’importo del credito che giustifica l’adozione del sequestro preventivo finalizzato alla

confisca per equivalente (art. 322-ter cod. pen.), al fine di evitare che la misura cautelare si riveli

eccessiva nei confronti del destinatario. (Rigetta, Trib. lib. Napoli, 27/06/2011)

 

Cass. pen. Sez. III, 08/03/2012, n. 15210 (rv. 252378)

Il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente (art. 322-ter cod. pen.) può

essere applicato ai beni anche nella sola disponibilità dell’indagato per quest’ultima

intendendosi, al pari della nozione civilistica del possesso, tutte quelle situazioni nelle quali i

beni stessi ricadano nella sfera degli interessi economici del reo, ancorché il potere dispositivo su

di essi venga esercitato per il tramite di terzi. (Annulla con rinvio, Trib. lib. Napoli, 04/04/2011)